Sofia, comunque

cover_sofiaE sapevo della porta che Sofia chiudeva senza salutare perché odiava quel momento, i saluti andando via, gli abbracci, la cerimonia di ogni separazione: preferiva pensare che fosse sempre come andare di là, nell’altra stanza, assentarsi per poco. Poi quando tornava non faceva altro che proseguire il discorso del giorno prima. Per quello le bastava il suo comunque. Diceva: «Comunque, Pietro, sulle navi pirata le donne non erano ammesse, e nemmeno i ragazzini se è per questo, e sai perché? Perché mettevano gli uomini uno contro l’altro». Oppure: «Comunque, gli occhi sono dei bugiardi schifosi. È il frigo lo specchio dell’anima».

Questo è decisamente il libro dei comunque. Dieci capitoli, dieci rapide e vibranti narrazioni, dieci scorci sul dolore, sull’assenza, sul bisogno paralizzante di contatto umano, sull’ossessione maniacale della famiglia, sul mal d’amore e sull’amore malato, sviscerato, moltiplicato, esasperato in tutte le sue forme.

Forme cangianti, pure nutrite da barbiturici e yogurt scaduti, cartoline fasulle e sintomi depressivi fin troppo autentici.

Un lungo e severo processo di crescita, dunque, personale e intertestuale, costantemente vissuto alla berlina, insieme a padri e zie, vecchi amici e nuovi amori, smaccatamente in bilico fra velleità artistiche e prove tecniche di fuga dalla realtà, tutta.

Sofia si veste sempre di nero, edito pochi mesi fa dalla casa editrice Minimum fax, più che un romanzo vero e proprio lo definirei quasi un tentativo di rintracciare le orme del passato storico italiano più prossimo, attraverso una continua suggestione di spinte organolettiche e disomogenee, di riflessioni precoci e giochi infantili insieme, sempre volti alla ricerca di un benessere privato più concreto, e perciò oggettivato, esperienziale.

Il comunque che soggiace alla costruzione dell’intero libro, infatti, sta proprio a simboleggiare i violenti sforzi dei singoli protagonisti che popolano questa narrazione nella narrazione nella narrazione (corale, quanto più possibile) fratta di flashback e scatole cinesi, perimetrata da binari antifrastici e paralleli, destinati quindi a non incontrarsi mai realmente, ma allo stesso tempo tenuti in equilibrio tutti insieme, ben legati a filo doppio dalla scrittura delicata e intelligente di Paolo Cognetti.

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