Pre-visione di un Inferno annunciato

dante_2Nella settimana delle vere e/o presunte nevicate peninsulari, a sopperire al crollo delle temperature sembra arrivare un caldo annuncio editoriale: a maggio, infatti, sarà in vendita nelle librerie italiane l’ultimo romanzo di Dan Brown, già annunciato best seller, dal torrido e assonante titolo Inferno.

Per i pochi che ancora ci sperassero invano, vengo subito a togliere di mezzo ogni plausibile dubbio: sì, cari miei, stiamo (ancora!) scomodando il grande Alighieri.

Il famigerato protagonista delle saghe misticheggianti a cui Dan Brown ha abituato i suoi avidi lettori negli ultimi quindici anni, lo spericolato professore di Harvard, Robert Langdon, specie (dis)umanata protetta, sempre perfettamente in bilico fra l’assomigliare a un implume topo di biblioteca e a un villoso agente 007, si muoverà stavolta «sulle tracce della verità nascosta dietro una delle opere più importanti e misteriose della storia della letteratura, la Divina Commedia di Dante».

Non bastava già la ricerca del Sacro Graal, condotta attraverso le pennellate dell’ottimo Leonardo Da Vinci, e nemmeno lo scioglimento degli intrighi reali (volesse il cielo!) di uno dei palazzi più noti al mondo, il Vaticano, appunto, quando ancora nell’immaginario collettivo e nelle cronache nazionali il corvo era poco più che un affascinante uccello.

Dan Brown, questo va detto, sembra riesca pericolosamente a intercettare il gusto dominante, scivolando sul filo di una smemorata attualità con le tattiche sopraffine della filologia a buon mercato. Pardon, ottimo mercato, dal momento che il suo ormai cultuale Codice Da Vinci ha letteralmente spopolato nelle classifiche di vendita di tutto il mondo, è stato trasposto in chiave cinematografica, riproposto in forma di gadget sotto ogni risma, e addirittura presentato con conferenze pseudo intellettuali in diverse università.

Tutti a parlare di Dan Brown e del suo mistero di Pulcinella, insomma, svelato così educatamente, seppure non certo in anteprima. Chiunque avesse mai preso in mano un qualunque libro di storia dell’arte, infatti, avrebbe potuto scoprire certamente molto di più sul dipinto de L’ultima cena, che non dopo la lettura romanzesca di questo furbetto autore statunitense, ammiccante come pure tanti altri, ahinoi.

Ma tutte le pregresse considerazioni sono più che ovvie banalità, va da sé. Né in questa sede né in altre mi interessa analizzare criticamente le opere-tte/operazioni (letterarie?) di Mr. Brown, quanto piuttosto capire che cos’è che piace e anzi stordisce davvero l’aureo pubblico di accoliti di codesti ben lievi prodotti di mercato.

Proviamo a indagarne le cause antropologiche: c’è la serialità, che coinvolge e diletta, fa sentire il lettore parte integrante di un grande gioco condiviso, di un giallo sociale e psicologico d’altri tempi; c’è la classica componente del thriller, che tiene alta l’attenzione e la curiosità, benché suffragata da ben intuibili colpi di scena e trovate pressoché manualistiche; e poi c’è l’arte, la ricerca, la filologia.

Ecco finalmente, mi pare, il punto cruciale: il cosiddetto grande pubblico d’oggi, ben lungi dall’essere veramente una manica di ignoranti e perdigiorno come piace pensare al ceto alto della letteratura (ho detto ceto? Volevo dire casta) desidera, vuole, ha bisogno di riconoscere una matrice vagamente artistica (benché in senso lato) che legittimi e implicitamente avalli le più personali scelte di gusto.

Entrare in libreria e comprare, per esempio, un romanzetto rosa qualsiasi, potrebbe sembrare svilente, poco adatto all’immagine forte che vorrà dare di sé una brillante donna in carriera o, quel che è anche peggio, uno stimato padre di famiglia, magari libero professionista, ecc. ecc.

Acquistare un libretto (facile facile!) come il Codice Da Vinci, con l’immagine di Leonardo che riluce in copertina, il battage mediatico internazionale, il realismo architettonico, la storiografia apocrifa, la religiosità plasmata ai piedi della scienza, tutto insomma concorre alla definizione di una tipologia media di lettore in gamba, erudito se non acculturato, politicamente inserito in un contesto sociale ben stratificato e, non da ultimo, esponente di stirpe umana dalle larghe vedute, dacché simili romanzi pretenderebbero appunto di mettere in discussione i più sacri dogmi della grande colonna occidentale.

Ma quanti di questi lettori hanno mai visto L’ultima cena dal vivo? Quanti saprebbero anche solamente dove recarsi, qualora volessero davvero fruire dell’amena visione della sacra coppa rovesciata da Leonardo?

E, venendo a noi, quanti hanno mai letto La divina commedia, intendo dire dopo le scuole superiori, e non appositamente in vista di un’interrogazione sui gironi danteschi? E perché, invece di procurarsi un’edizione anche economica del capolavoro di Alighieri, attualissimo, geniale, esempio incontrastato di virtù etiche ed estetiche tutte, andranno – ci scommetto – a mettersi in fila nelle peggiori Feltrinelli d’Italia, a procurarsi per una cifra sicuramente invereconda e spropositata la rivisitazione giallistica dell’Inferno di Dan Brown?

Per non parlare poi dell’incasso considerevole ai botteghini che continua a riscuotere il beneamato Roberto Benigni, a ogni piè sospinto, toscano quindi nel pieno diritto di esercitare il ruolo di mentore d’onore nella retrospettiva dantesca italica dell’ultimo decennio.

Ora, capiamoci: a ciascuno le proprie scelte, com’è giusto e sacrosanto che sia, sempre.

Quello che mi chiedo è: se davvero l’arte, intesa come tale, la ricerca dei capolavori portanti della nostra cultura millenaria, la curiosità filologica della scoperta e il gusto per lo svelamento degli alti misteri, se tutte queste componenti messe insieme, insomma, sembrano essere così forti, oggi, tra il pubblico dei lettori e degli spettatori, come si spiega poi che le biblioteche, i musei, le pinacoteche siano ancora così vuoti? Come si inserisce in questo pseudo fermento culturale la scarsissima richiesta di inventiva, di nuova letteratura, di stili e modalità espressive differenti, vogliamo dire più sperimentali o più spericolate rispetto ai soliti canoni a cui siamo ormai avvezzi? Perché, allora, siamo ancora qui fermi (ma solo in termini di vendite, sia chiaro!) ad accontentarci del soggetto-predicato-e-complemento, faccio per dire, della Mazzantini, e continuiamo a incartarci nell’inane dicotomia tra arte facile e difficile?

Se un merito, piccolissimo, potrebbe anzi assumere questa deriva finto erudita, sarebbe proprio quello di smuovere una nuova ondata d’interesse socializzato quantomeno verso il recupero dei veri classici (e non dei loro rifacimenti in chiave pop!).

Ma l’errore, forse, sta proprio lì: l’arte, ancora una volta, difficilmente è giusto che sia socializzata. La moda e la letteratura, senza bisogno di scomodare Leopardi e Baudelaire, non vanno e non potranno mai andare di pari passo, pena un lungo, tenebroso, bruciante Inferno. (Della ragione).

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