L’ultimo ballo di Charlot

2943-3«Queste ultime ore le voglio passare con te.

Ci sono così tante cose che devo dirti.

Mi sono vestito di tutto punto, come una volta, ho truccato gli occhi di ombretto nero e aperto di nuovo la scatola dei baffi finti: se non li metto nel modo giusto, è finita.

Ora ti scrivo da questo piccolo tavolo di legno di bosso, in un angolo della mia stanza. Sono convinto che sui tavoli piccoli, non ingombranti, le idee restino raccolte e non si debba inseguirle lungo il muro, come le lucertole o i gechi, così basta allungare il braccio e prenderle per la coda.»

Questa è la storia di una lettera, una lettera che un uomo in punto di morte scrive al suo ultimo, giovanissimo figlio, per confidarsi con lui, raccontargli tutte le sue più intime esperienze del passato, e sperare così di prendere congedo dalla sua famiglia nel modo migliore possibile, dimostrando tutto l’amore paterno che ha nutrito in vita e che continuerà a nutrire sempre, anche quando sarà definitivamente calata la notte.

Questa è la storia di una notte che continua a ripetersi, anno dopo anno, come in un lunghissimo sogno ricorrente, come in un regolare gioco di specchi, destinati a non infrangersi mai: la notte in cui un uomo incontra la Morte, decisa a condurlo con sé, e sceglie di intavolare con lei un gioco fatale, una scommessa, verosimilmente l’ultima prova d’artista della sua brillante, fulgida carriera.

Questa è la storia di Charlot, il più celebre vagabondo del cinema mondiale, e la sua scommessa con la Morte è presto detta: riuscire a strapparle un sorriso, con l’ausilio dei suoi impeccabili camuffamenti, dei suoi trucchi sempre studiati e della sua innata verve tragicomica, al fine di procrastinare quanto più possibile la sua triste dipartita da questa terra.

Così, sebbene a fatica, a causa dell’età ormai avanzata, della stanchezza mentale e fisica, e soprattutto dell’amarezza data dalla presa di coscienza che ormai gli anni migliori sono andati via, irrimediabilmente, quasi per miracolo Charlot riesce per ben sei anni di seguito a far ridere l’austera Morte, con la quale prova anche a entrare, per così dire, in empatia, intavolando costruttive conversazioni di ordine filosofico, morale, sociale e, non da ultimo, artistico.

Già, l’arte. L’arte non ha affatto una posizione secondaria in questo ben costruito romanzo di Fabio Stassi, già affermato autore della scuderia Minimum fax, che proprio con L’ultimo ballo di Charlot segna il suo fortunato esordio nella casa editrice Sellerio.

E l’esordio è impressionante davvero, considerato che il romanzo è stato protagonista del Salone del Libro di Francoforte e, a pochissimi mesi dalla sua uscita nelle librerie, è già entrato nelle maggiori classifiche di vendita ed è stato tradotto in quattordici lingue!

Che cos’ha, dunque, di così straordinario e coinvolgente questo libro? Proviamo ad analizzarlo insieme.

Innanzi tutto, il protagonista è davvero una figura di tutto rispetto. Inutile stare qui a tessere le lodi di Charlie Chaplin e del suo Charlot, che tutti consociamo e che non si può non apprezzare, per la finissima intelligenza, la grazia magistrale e l’affilata ironia della sua maschera, sempre toccante e puntuale nel fotografare le epoche cangianti e i difficili contesti politici, le situazioni sociali e gli stati d’animo più puri e incontaminati.

E poi c’è un altro e non meno importante protagonista, a cui va riconosciuto il merito di tanto successo: la scrittura stessa.

Fabio Stassi ha già abituato i suoi lettori a splendide raffigurazioni oniriche, a immaginifiche descrizioni di luoghi e mondi esotici, popolati da culture lontane e personaggi profondamente caratterizzati da un vibrante spirito estetico e ragionativo.

Ma c’è di più. È la modalità, scioglievole e secante insieme, con cui Stassi costruisce le sue frasi lunghe, i suoi periodi morbidi, i suoi flashback perpendicolari, così speciosamente intuitivi e quasi materializzati davanti agli occhi di chi legge. È la capacità intima, educata, mai sopra le righe, eppure quasi provocante (mi si passi il termine!) di una dialettica che non ammicca ma instilla, insinua, epura e quasi squarcia la pagina, conducendo per mano il lettore lungo percorsi a tratti tortuosi ma sicuramente mai inutili, anzi sempre sorprendenti nella loro spesso indocile ricchezza.

Sei rulli, dunque, ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Charlot, in forma di ricordo.

Sei intermezzi notturni, poi, in cui Charlot gioca a far ridere la Morte, che resterà principalmente intenerita dalla pressoché grottesca goffaggine di questo comico ormai ben più che attempato.

Un’uscita all’esterno, il commiato finale, a concludere degnamente il romanzo, ma non certo a porre la parola fine sul mito di Charlot, che continua a tramandarsi di generazione in generazione, attraverso gli oceani e le stagioni, della lingua e della vita.

Una nota, e un (ulteriore!) buon motivo per leggere e apprezzare questo libro e il suo autore, che la firma così:

«Ci sono molte storie che sono come il brevetto di un’invenzione per il quale non si avevano soldi per pagare il deposito. Per catturarle, bisogna sottrarre alla vita e ai libri tutto quello che si può: nomi, scene, fondali, e poi mischiare tempi e luoghi. L’autobiografia di Chaplin la lessi, la prima volta, da ragazzo, e sempre ci sono tornato, negli anni. Ma come sosteneva Jean-Claude Izzo, la formula è nota e non è mai inutile ripeterla: l’avventura che avete letto è totalmente immaginaria, anche se dentro ci sono molte storie vere».

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