Consigli pratici di sopravvivenza alla continuazione del mondo. (2) Philip Roth

l_'animaleVa bene, anche questo 25 dicembre l’abbiamo lasciato alle spalle, ma siamo ancora nel bel mezzo delle festività natalizie, pur sempre presi a organizzare pranzi e cene con le dovute tovaglie rosse, il fiore all’occhiello e la palpebra all’ingiù.

Altri aiuti, ci servono. Ancòra letteratura, invochiamo, àncora di salvezza.

Il secondo consiglio di sopravvivenza alla continuazione del mondo è un libro che tratta, sostanzialmente, di tutto: d’amore, di morte, di sesso, di solitudine, di malattia e di paura. Soprattutto di paura, direi.

L’animale morente, di Philip Roth, edito da Einaudi nel 2001, è una piccola e importante gemma della solidificazione del comportamento umano, ancor prima che della scrittura stessa, sempre pungente e impeccabile, di uno degli autori più interessanti della narrativa americana contemporanea.

Roth intesse col lettore un monologo dialogico circa i più alti (e assai bassi, invero!) aspetti della vita quotidiana. E lo fa da un punto di vista, ça va sans dire, squisitamente maschile, penetrando brillantemente nei lacerti del pensiero virile, talvolta anche più brutale, fisiologico, quasi bestiale, appunto.

L’animale morente è, qui, un uomo adulto, alle soglie della vecchiaia, che si scontra quindi, inesorabilmente, con tutti i limiti psicotici e le contraddizioni emotive tipiche della sua età. Stiamo parlando di un uomo saggio, acculturato, razionale, che d’improvviso si rende conto d’esser preda di sentimenti osceni, divampanti, quasi addirittura ingenui.

Questa enorme, intrinseca contraddizione dell’essere umano, questa tendenza mai appagata al monopolio, sempre auspicato ma mai veramente raggiunto, della ragionevolezza più pacata e sapiente, a discapito dei pruriti e degli afflati più incongruenti e mutevoli che invece si vorrebbero stretto appannaggio dell’età adolescenziale, è il filo conduttore che soggiace alla costruzione della trama ragionativa di (quasi) tutta l’opera di Roth, che, in questo testo specifico, descrive appunto un amore, passionale, energico, violento: un rapporto, forse anche troppo poco ambiguo, tra un uomo alle soglie della vecchiaia e una donna parecchio giovane, diremmo proprio nel fiore degli anni.

L’animale morente, però, vedremo, è anche lei, la stessa giovane donna, la cui vita apparentemente forte e spensierata, quasi vagheggiata sul modello di una fiaba senza tempo, viene tuttavia travolta da una grave malattia, che, nel suo brutale decorso, la menomerà nel corpo, la fiaccherà nello spirito, la imbarbarirà fino al completo annientamento di sé.

In questo paradossale, dolorosissimo scambio di ruoli, la penna di Roth riesce a tratteggiare intimamente le pieghe più autentiche dell’umano sentire, di quel sentire così tremendo che riesce a farsi, per contrappunto, prima possessivo, pian piano ossessivo in una certa smania di controllo, e poi, solo poi, addirittura inumano, data l’impossibilità costitutiva alla fissazione dell’appagamento, alla stabilizzazione dell’amato/odiato baricentro.

Nonostante la profondissima inquietudine che trasuda da ogni sillaba di queste pagine, L’animale morente resta uno di quei percorsi catartici di sopravvivenza letteraria in cui tutti, prima o poi, dovrebbero imbattersi.

Per sopravvivere:

Io sono in ansia se non le parlo per telefono ogni giorno, e sono in ansia dopo che abbiamo parlato. Delle donne che in passato pretendevano telefonate regolari, telefonando in continuazione, mi ero invariabilmente sbarazzato; e adesso ero io a pretenderlo da lei: la mia droga telefonica giornaliera. Perché la devo adulare quando chiacchieriamo? Perché non la finisco di dirle che è perfetta? Perché a questa ragazza ho sempre la sensazione di dire la cosa sbagliata? Non riesco a capire che cosa capisce di me, che cosa capisce di ogni cosa, e la mia confusione mi spinge a dire cose che al mio orecchio suonano false o esagerate, per cui riattacco pieno di un muto risentimento verso di lei. Ma quando passa il raro giorno in cui riesco a controllarmi quanto basta per non rivolgerle la parola, per non telefonarle, per non adularla, per non suonare falso, per non prendermela per quello che mi fa senza saperlo, è peggio. Con lei non sento l’autorità che è necessaria per la mia stabilità, eppure lei viene da me a causa di quest’autorità.

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