Un classico di duemila anni fa

https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/57/Papyrus_75a.gifIn quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

Luca 2, 1-10

Questo passo parla ai lettori da circa venti secoli. Insomma, è un classico. E cos’è allora che ce lo fa rileggere? Nella celebre scena della natività non c’è nulla di complicato, il cielo (l’angelo) e la terra (i pastori) entrano in contatto direttamente, senza mediazioni. C’è la storia (Cesare Augusto) mescolata al quotidiano (la mangiatoia), il gesto umano (la donna che avvolge in fasce il neonato) e la potenza del divino (l’apparizione dell’esercito celeste).

Se la si legge con gli strumenti della critica letteraria, la scena rivela ancor più tutta la propria grandezza. Siamo di fronte a uno stile icastico, a quel realismo creaturale di cui parlava Auerbach, uno stile capace in questo caso di disegnare con precisione gli atti e contemporaneamente conferire al tutto un andamento fiabesco e persino onirico, come nella scena in cui l’angelo si presenta davanti ai pastori. E, diceva Benjamin, la fiaba dispone di «un incantesimo liberatore» che soccorre l’umanità contro l’«angustia» del mito.

Non c’è dubbio: una mitologia che si impianta su parole tanto semplici e al contempo tanto intense non può non avere forza e successo.

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