Precarie vie di fuga. Un taccuino

thumb_1265733902lasciare_libere_vie_fugaL’aula è calda sul serio. Mi si gonfiano le dita, a molla, aerostatiche.

«Te l’abbiamo preparata», dice l’inserviente alla donnetta sui tacchi che percorre tutto il corridoio, lenta, dietro di me.

«Te l’abbiamo preparata apposta, è bella calda».

La donnetta biascica qualcosa come un ringraziamento forzoso, come una constatazione amichevole che sì, in effetti si gela, di fuori.

Di sicuro adesso si staranno gonfiando le dita anche a lei. Non la vedo, però, non ho voglia di voltarmi per guardare i suoi tacchi marroni squadrati e le sue mani bianche da papera e l’espressione compiaciuta che certamente le si sarà appena disegnata sul viso, mentre a distanza di sicurezza, io sempre davanti e lei sempre a un passo, superiamo ancheggiando l’inserviente e ci tuffiamo nel caldo torrido dell’aula H.

Aula H, piano II, corridoio di sinistra, senza ballatoio, senza finestre.

Solo computer e poltrone rosse in eco-pelle, di quelle girevoli, con le ruote antisommossa.

«Scusi, per il master di editoria?»

«Si può accomodare, prego», mi risponde solerte un’altra donna, altri tacchi roventi, acconciatura da menade e sguardo cisposo.

Mi indica un piccolo anfratto, una scrivania, una modulistica. Lascio le mie generalità davanti a due occhi azzurri che mi penetrano da parte a parte. Non si possono portare due occhi azzurri così, di prima mattina, col cielo plumbeo di dicembre.

«Guardi che è in anticipo, sa, mi scusi».

E in effetti casco dal sonno, già buco allo stomaco, ma quali scuse!, ho dormito troppo poco stanotte, e ormai le dita le ho fatte pure blu, sul dorso, le nocche, che sto scrivendo a caso su un taccuino e chi c’era più abituata?

Sto scrivendo sfoghi a caso su un taccuino perché m’hanno detto di tornare dentro fra mezz’ora, lassù, nell’aula H, al II piano computer senza ballatoio.

E non c’è nemmeno un quotidiano da sfogliare, in questa scuola di giornalismo.

Ma non è tanto l’ansia da prestazione imminente, l’angoscia per i prossimi mesi a tempo sparso, la noia dell’ennesimo colloquio inutile che finirà nel curriculum della giovane disoccupata in carriera (accademica) a mezzo stampa.

No, è proprio che qua dentro fa un caldo, sul serio.

Esco a fumare una sigaretta, allora, e intanto invio sms a un mio amico precario, in viale Trastevere. Non che il nostro rapporto sia in pericolo, è che lui è proprio un precario precario, secondo quella scomoda accezione socio-economica affibbiata ormai da troppo tempo alla larghissima fetta di miei coetanei (e più attempati) che si distinguono (ancora) per il loro destino lavorativo fatiscente.

Gli chiedo come va, ch’è in atto una protesta contro il ministro Profumo, che novità.

«Il quizzone fallo tu», l’sms di risposta.

D’accordo, il mio amico ha modi un po’ spicci in genere, ma stavolta mi riporta fedelmente lo slogan che è stato coniato dai suoi colleghi (futuri?) insegnanti, giustamente imbestialiti dal tenore delle domande proposte per l’ormai celeberrimo «concorsone» che si svolgerà fra qualche giorno, e che dovrebbe garantire l’occupazione di ben 11.542 cattedre su tutto il territorio (contro i 107.000 e più aspiranti concorrenti).

Come se non bastasse la (s)proporzione diretta, per giunta, nel proto «quizzone» campeggiano infatti onanistiche e strabilianti domande tipo: che cos’è una «martingala» o un «taglio godet» o altri epiteti che neppure la più fervida immaginazione di Bartezzaghi (sr.) in piena crisi sentimentale.

Ma del resto, dopo tredici anni di vuoto siderale, ingressi bloccati, tagli al bilancio, suicidi e aiutatemi a dire che altro, insomma, tutto fa brodo. Fa puzza, caro Profumo.

E puzza tutto, pure qua, in quest’androne mezzo pieno di studentelli intenti a fumare l’ultima sigaretta apotropaica prima di tentare la sorte, sedersi davanti a un lettore di inglese, a un perito informatico, a un segretario amministrativo qualsiasi, a dichiarare che sì, loro sono tanto motivati, noi tutti siamo tanto motivati e vogliamo pagare altri soldi all’Università, 3.000, 3.500 euro, ma lo facciamo a cuor leggero, sapete, perché poi voi ci garantite uno stage alla Minimum fax, o direttamente da Einaudi, nevvero? O sbaglio?

Ditemi che non sbaglio.

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