Nel nome del nome

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Per molto tempo ho accudito un sentire che riguardava soltanto la mia famiglia. Quello che ho coltivato nel silenzio è stato necessario e vergognoso, a quello ho sacrificato tutto: è stato l’ergersi di una cortina di disperazione, che ha separato me dal mondo.

La storia maiuscola, invece, permette una disperazione trasparente, che la mia esperienza personale non tollera. Questi sono gli appunti per l’ultimo discorso che farò. Io voglio dire che ho avuto un’infanzia d’acqua torbida, di cui ricordo un pianto e un urlo. Ma dell’urlo non voglio parlare.

Parlerà eccome, invece, di un urlo forte e viscerale, di un urlo profondamente umano, privatissimo e socializzato, questo libro di Demetrio Paolin, Il mio nome è legione, edito da Transeuropa nel 2009.

Un urlo che si articola per negazione, invero, e che si manifesta col rifiuto esasperante da parte del protagonista di rivangare episodi dolorosi del suo passato, anche se poi, ossessivamente, in maniera quasi del tutto dispettosa, saranno proprio gli stessi episodi a riaffiorargli continuamente alla mente, invadendo la sua quotidianità e costringendolo in un presente progressivo frammisto di flashback, di quadri impressionisti e di piaghe da decubito emotivo.

Figure ricorsive, dunque, come l’immagine di Cristo, il pianto diversissimo e straziante dei genitori, il segreto inconfessabile di un fratello problematico, l’amore pericoloso, la morte certa.

Ma anche, per tornare alla storia maiuscola, l’11 settembre, l’incontro con Renato Curcio, le spoglie di Cesare Pavese, il mestiere del giornalismo e, su tutti, la clamorosa percezione fisica del male.

Un male ontologico, panico, definitivo, che sembra attanagliare costantemente le viscere dell’autore, tanto da penetrare a fondo nella sua stessa scrittura, nella sua narrazione prettamente nominalistica, inoculata di germi pronominali altri, che concorrono allo sdoppiamento, empatico e programmatico, di un protagonista egotico e maniacale, che si definisce quasi esclusivamente in terza persona.

Che lui scriveva per tenere a bada il male che aveva dentro, il male che compiva e subiva. Scriveva perché era affezionato al corpo, al proprio, ma sapeva che il suo come ogni corpo è male.

Il rischio dell’autoreferenzialità è sempre in agguato, ma Paolin riesce a volgere l’ossessività della scrittura dell’io in una sorta di riutilizzo laboratoriale del linguaggio. Il male di cui leggiamo, perciò, prima ancora che strettamente fisico, è infatti il male della parola stessa, il male del nome, stilistico e anagrafico, di un nome che funge, appunto, da legione.

Sempre perfettamente in bilico tra ansia di verità e fobia della narrazione, quindi, l’autore si trincera dietro l’anafora paradossale di uno stesso martellante appellativo, Demetrio, che risulta tanto più ipertrofico quanto più inquietante si va svelando il proposito, palesemente dissociato, di smettere di scrivere, in un estremo e disperato tentativo di mettere finalmente a tacere quel primo urlo atavico, indecente, ormai divenuto impossibile da gestire.

Quella di Paolin, alla fine mi sembra chiaro, è una scrittura marcatamente ossimorica, nutrita fin nel midollo di (sane) spinte vitalistiche verso il pur temuto cambiamento, verso la mai paga accettazione del dato di fatto, cioè, in una parola, verso la fallace ma indomita tendenza alla contraddizione.

È per questo che, proprio in uno dei contrappunti dialogici di cui è disseminato il romanzo, finalmente emerge la domanda sostanziale, diremmo il quid, che soggiace alla composizione ultima dell’intero libro, e che, estendendo la riflessione a tutta la produzione letteraria contemporanea, solleva e lascia rigorosamente aperta l’annosa, spinosissima questione del rapporto fra arte e vita.

Ora mi domando se alla base del tuo rifiuto a scrivere, e non dico solo sul giornale, ma proprio in generale, non ci sia tanto la scrittura, ma quanto la precede: la fissazione maniacale rispetto alla realtà, una vera e propria costrizione a guardarla in ogni suo recesso.

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