La fiera dell’editoria sembra Facebook

6569_bigEccoci qua, altro giro altra corsa, signore e signori.

L’undicesima edizione della Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma si apre sotto gli stessi (migliori) auspici dei dieci anni precedenti, a rassicurare subito i pur numerosi presenti che la famelica bolla editoriale resta sempre viva e vegeta, e lotta ancora insieme a noi. O almeno ci prova.

Fuori dal palazzo dei Congressi dell’Eur regna sovrano un clima polare di vento forte, pioggia fitta e pause sigaretta quanto più celeri possibile, a scongiurare il rischio attivo della polmonite fulminante; dentro al palazzone, invece, la rassicurante temperatura equatoriale, fitta di ventole senza vento e fari al neon pronti a illuminare Saturno, diventa stantia subito dopo la prima mezz’ora di permanenza. Dove sono e che cosa ci faccio qui.

«Dove sono e che cosa ci faccio qui» è in effetti la domanda che sembra campeggiare furbescamente sulle facce della maggioranza degli avventori tipo della Fiera: espressioni attonite, guance in fiamme, occhi strabuzzanti, anche a causa del riverbero dei colori esasperati sulle varie copertine dei libri in allestimento.

Belle copertine, c’è da dirlo, perché le case editrici piccole e medie, oggi, in Italia, lavorano anche bene, a discapito della magrezza dei fondi di cui dispongono; sanno il fatto loro, questi giovani editori, si avvalgono di personale volenteroso, motivato e, in qualche caso, addirittura competente.

Niente da eccepire, insomma, dal punto di vista (almeno) progettuale dell’operazione culturale in atto. Come non citare, ad esempio, l’ottima iniziativa No Eap, un collettivo ben nutrito che si mobilita attivamente contro gli abusi dell’editoria a pagamento, il demone mercimonioso del nuovo millennio, che, per la verità, ho anche incrociato in forma umana girovagando lungo i corridoi della Fiera.

Corridoi ancora affollati, magari a ondate non continuative, nonostante la percezione che ho intercettato, da parte di alcuni standisti, che quest’anno ci fosse un po’ meno affluenza del solito. Sarà la crisi. Ogni tanto ce ne dobbiamo pure ricordare che c’è la crisi, fuori e dentro l’editoria.

Molte le attività in programma, ma quasi tutte impossibili da seguire: tra presentazioni, dibattiti, incontri, seminari e caffè, il rischio atroce della labirintite acuta diventa pressoché una certezza inconfutabile, e la dispersione dell’interesse è quanto di meno spiacevole ci si possa augurare, in un magmatico iperuranio festaiolo e salottiero di tal fatta.

Molti la criticano, ma poi quasi nessuno è disposto a rinunciarci. Perché infatti, ancor prima che dal punto di vista editoriale, la Fiera è sempre più interessante, a mio dire, a livello strettamente antropologico.

Non fai in tempo a varcare la soglia a vetri dell’ingresso, biglietto alla mano, che vieni immediatamente travolto da un’infinità di conoscenti occasionali, capigliature, abbigliamenti e nomi noti, anche e soprattutto grazie a quell’enorme piazza virtuale che sono i social network, Facebook in primis.

È così che tutti conoscono tutti, tutti si salutano esultanti, si abbracciano e si baciano come se avessero fatto le scuole medie insieme, «ti ricordi la gita del ’92» è diventato «ti ricordi il link dell’altroieri» e i nomi propri di persona sono ormai ridotti a nomignoli improvvisati, per bramosia di accresciuta familiarità.

Perciò io divento subito «Fra» e «tesoro» e, presa nel vortice dell’amore panico, inizio a circondarmi di «ciccio» e «bella», abbatto le barriere del suono e della decenza e mi struscio in contumacia contro i gomiti dei primi venuti, sorpresi anche loro, ma non troppo, di ritrovarsi, enfin, l’uno di fronte all’altro, in versione 3D, e «ma che bello vederti», e «allora sentiamoci su Facebook, prossimamente», in una sorta di circolo vizioso in cui nulla si crea e (ahimè) ben poco si distrugge.

Il gioco è sempre quello: creare una rete, quanto meno slabbrata possibile, per sentirsi protetti e adagiati al suo interno, per sentirsi affermati, ben voluti, ma anche poi subito dopo oppressi, pallidamente digeriti, assurdamente fagocitati.

Si è ben pronti a questo risvolto tragicomico, però, e anzi lo si anela, quasi, come si anela a questo smodato fare letteratura sempre per forza e tutti insieme, oggi, perché là fuori il mondo è inospitale, fuori dall’Eur, non ci sono i fondi, non si legge più, non c’è quasi mai un vero stipendio, c’è fame di fama, e viceversa.

La sensazione, invece, tra le mura in ciclostile della Fiera, è proprio quella d’esser diventata, di colpo, un astro nascente dell’editoria, piccola media e pure grande, perché non si può mai sapere come vanno a finire queste fiere dell’io, pardon, del noi, letterario e letterale. (Sarà per questo che domani ci torno?)

Ah, non ho comprato nemmeno un libro, ancora. Quelli, di solito, preferisco farmeli recapitare a casa, direttamente.

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