Un Faldone, un dialogo

https://i0.wp.com/static.blogo.it/booksblog/1/1a8/VincenzoOstuniPoesie-586x311.jpg

Francesca Fiorletta: La scrittura di Vincenzo Ostuni ha un andamento che definirei duplice.
Da una parte, leggendolo, sembra di assistere a un vero e proprio dialogo, fisicamente rappresentato, a uno scambio continuo e vitalistico, che genera e dal quale si genera la sua più intima e connaturata poetica. Processo che si può chiaramente riscontrare proprio sulla pagina stessa, questo, grazie all’uso mai lesinato delle parentesi tonde, delle virgolette tipiche del discorso diretto, ovviamente dell’utilizzo stretto del tu referenziale. D’altro canto, però, l’interlocutore di Ostuni non sembra esistere realmente come un autentico altro da sé. Mi spiego: intanto, non appare quasi mai dotato di un pensiero identitario proprio, bensì parla (e agisce?) solo ed esclusivamente in funzione avversativa e antifrastica, complementare e/o satellitare, di volta in volta, all’io forte dell’autore stesso, risultandone così a tratti uno specchio, a tratti un vero e proprio spauracchio (notturno, onirico, burocratico, infrastrutturale, testuale, ecc.).

Massimiliano Manganelli: E infatti il pronome personale che campeggia in questi testi è chiaramente relazionale, perché fondato su una dialettica io-tu. È sì un io, ma un io che si invera solamente nel rapporto con l’«altrità», come la chiama Ostuni, ed è portatore di un’esperienza molteplice. Mi sembra soprattutto un io interrogante, che osserva continuamente il mondo, lo sonda, lo classifica e cerca di conferirgli un ordine, sia pure provvisorio e assunto ironicamente. Questo è forse il tratto più evidente e significativo della scrittura di Ostuni, ossia il suo andamento pressoché saggistico, nel senso etimologico del termine: una scrittura che saggia la realtà. Quali antecedenti di questa poesia si evocano spesso dei nomi quasi ovvi (Pagliarani o Sanguineti), soprattutto per la forma del verso, ed è sicuramente un’indicazione corretta, tuttavia io sono incline ad ascriverla a una linea che si potrebbe definire noetica. È, diciamola tutta, una poesia saggistico-filosofica.

FF: Esatto. Il tu di Ostuni racchiude infatti una grande complessità di universi, che poi sostanzialmente si coagulano in un unicum pressoché indistinto, in una enorme materia grigia, sempre pensante, ma pensante sempre e costantemente attraverso quegli stessi schematismi mentali, stilistici e linguistici che sono espressamente più prossimi a quelli utilizzati, nella scrittura come nella vita quotidiana, da Ostuni stesso. Ora, se questo procedimento farebbe di primo acchito pensare a una sorta di deriva onnipotente del super-io autoriale, dall’altra mi sembra esprimere egregiamente, invece, quella che poi si rivela essere una sorta di continua e indefessa dichiarazione di poetica ostuniana, che non pertiene solo strettamente ai meccanismi interni alla parola scritta, e quindi non solo ai codici più propri del linguaggio poetico e della composizione artistica.

MM: Perché in fondo questa poesia non fa che misurare e percorrere continuamente la distanza tra due termini un po’ desueti, ancorché essenziali, dell’esperienza, cioè parole e cose. E da questo discendono varie conseguenze, per esempio quella sorta di testualità ininterrotta che è il Faldone, che non si fissa mai in maniera definitiva nella forma-libro, perché quest’ultima è solo l’istantanea di un’opera in divenire che costitutivamente non può avere termine. Qui si potrebbe peraltro aprire il discorso sulla vicenda variantistica della poesia di Ostuni, una vicenda davvero complessa e anche quella ininterrotta, giacché prosegue sul web, all’indirizzo www.faldone.it. E ancora, deriva da quell’interrogazione incessante della lingua e del reale l’attitudine classificatoria che anima il libro ed è incarnata dal titolo stesso. O addirittura si concretizza nella forma del verso, che sembra non avere mai fine, pare sempre sul punto di esondare dalla pagina. Il faldone presuppone dunque in sé qualcosa di aperto, può essere esteso o modificato ad libitum, a ogni sobbalzo dell’esperienza.

FF: Sì, quella che Ostuni ripropone in maniera martellante in tutto il suo Faldone, appunto con le numerose e altrettanto interessanti varianti, è proprio una sorta di poetica filosofica, una fenomenologia del pensiero materializzato in parole, un’eziologia dell’ordine dei comportamenti umani. In un’ottica simile, perciò, lo scambio dialogico presente nei testi di Ostuni non potrebbe sviscerarsi in modo differente da questo, dacché fonda tutta la sua (in)naturalezza soggettiva in una riflessione quanto più possibile oggettivata sulla vita, sul mondo, sugli affetti, sugli uomini e sul linguaggio, tutto.

MM: E allora, se per Mallarmé, tout, au monde, existe pour aboutir à un livre, si può dire che per Vincenzo Ostuni tout, au monde, existe pour aboutir à un classeur.

[Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006, postfazione di Andrea Inglese, Edizioni Ponte Sisto]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...