La scrittura come progetto

Giulio Marzaioli

La realizzazione di grandi infrastrutture trova nella fase di progettazione il momento determinante. La fase esecutiva, infatti, sarà caratterizzata dalla ponderazione di tutti gli scostamenti dal progetto che – in termini di varianti, maggiori costi e maggiori tempi – Committente e Appaltatore dovranno gestire nel rapporto contrattuale (le previste modalità di realizzazione di una galleria, ad esempio, risulteranno più o meno aggiornate a fronte delle sorprese geologiche che si saranno incontrate, dall’apertura del così detto “foro pilota” sino all’abbattimento dell’ultima parete, in gergo chiamata “diaframma”).

La scrittura, in taluni casi, contempla un’esigenza di attraversamento al pari dello scavo di una galleria (d’altronde dalla stessa radice etimologica di grafia deriva il verbo tedesco graben: scavare, appunto) e può condividere con la scienza delle costruzioni (o, più precisamente, con la realizzazione di una galleria) numerosi aspetti.

Anche l’impegno della scrittura può, talvolta, essere declinato in attività di progettazione e successiva opera di scavo (intervento sulla materia e strumento di conoscenza), con tutte le incognite che ne derivano. Non può prescindersi, in tale prospettiva, dall’osservazione e verifica costante della scrittura stessa, al pari di quanto accade con i monitoraggi nelle varie fasi di scavo.

Tale impostazione marca una differenza sostanziale rispetto a quanto accade in architettura, disciplina che vanta, tra i fini più suggestivi, il disegno dello spazio (la creazione di forme nel vuoto).

Per contro l’ingegneria (nel campo delle infrastrutture), come accade per alcuni percorsi di scrittura, nasce dalla necessità di affrontare l’impatto con la realtà (nella materia da cui è formata o nella sua rappresentazione, nel caso della scrittura, che può essere la più varia, dal momento che anche la fantascienza non fa che offrire una visione allegorica della realtà) con l’intenzione, appunto, di attraversarla e conoscere così nuova realtà, consentendo ad altri il passaggio per la condivisione di tale conoscenza.

In tale approccio un’inclinazione, un talento, una fisiologica appartenenza di e a un linguaggio (la scrittura, la musica, l’arte figurativa, la fotografia, ecc.) di per sé possono significare poco (e spesso rimane confinata all’interno di un’esigenza intima e diaristica la così detta “urgenza” dell’espressione artistica), se non diventano focale con la quale offrire a sé e ad altri una visione ulteriore.

Se invece l’accensione dell’intuito, la formulazione prima, l’interferenza biografica e anche l’autoreferenzialità (che intervengono sempre nella reazione creativa all’incontro con ciò che non si conosce, quasi a delineare un perimetro di sicurezza nel momento in cui si compiono le prime indagini su terreni inesplorati) vengono proiettate su tavole di progetto, queste andranno a concorrere alla elaborazione dei disegni che, assieme ai successivi interventi di “posa in opera” dei materiali già inventariati e di quelli recuperati nelle varie “campagne di indagine”, porteranno alla configurazione dell’opera finale.

Detto risultato rappresenterà, quindi, la sintesi tra quanto si era previsto in progetto, il linguaggio-strumento che sarà stato formulato per affrontare il terreno inesplorato e le sorprese che nel percorso di attraversamento avremo incontrato, con tutte le conseguenti variazioni al progetto che si saranno rese necessarie. E, come accade per una infrastruttura nel momento in cui la attraversiamo, avrà poca importanza avere evidenza del progetto, degli strumenti utilizzati o delle sorprese riscontrate, poiché l’unico aspetto determinante sarà costituito dall’aver aggiunto alla geografia di percezioni, conoscenze e configurazioni della realtà, una nuova possibilità di attraversamento.

[Foto: Giulio Marzaioli, da Cavare marmo, La Camera Verde]