Serial (killer)

Qualche giorno fa, sul «Corriere della Sera», è apparso un interessante articolo di Ivan Cotroneo: Il sottile piacere della serialità.

Cotroneo analizza principalmente il linguaggio delle fiction televisive, per anni considerate quasi una sorta di cinema di serie B, latrici di un impianto narrativo facilitato e poco incline a catturare l’interesse reale del pubblico degli spettatori, considerati essenzialmente distratti e comunque poco propensi a fruire in maniera continuativa del mezzo tv.

Proprio a causa di questa presunta disattenzione facilona, la fiction è sembrata per anni non tener molto conto dello sviluppo narrativo delle singole vicende, via via reinterpretate sullo schermo in produzione seriale, bensì più incline alla creazione di una sorta di avatar, tipologie umane immediatamente riconoscibili e ben caratterizzate, a far da surrogato di realtà quotidiana per famiglie.

«Quindi: sono molto più importanti i personaggi di quanto lo siano le vicende e le svolte narrativa», puntualizza appunto Cotroneo, che passa poi invece all’analisi più dettagliata di come, per la verità, negli ultimi anni si sia verificato un incremento di valorizzazione delle tecniche espositive della stessa fiction, atte a fidelizzare e cronicizzare, quasi, l’attenzione di una sempre più vasta fetta di pubblico.

Una di queste strategie è, per l’appunto, l’utilizzo viscerale della serialità.

«Giocare con questo modello di narrazione è il sogno di qualsiasi scrittore. Creare dei personaggi e un mondo che tengano incatenati lo spettatore ora dopo ora, anno dopo anno. Concedersi libertà, variazioni, esplorazioni impossibili se non si avesse un tempo narrativo così lungo».

L’impianto narrativo trasposto dai media, in effetti, ha influenzato di gran lunga anche le odierne modalità di scrittura, per così dire, più tradizionali: da qui, e non dal preteso interesse merceologico del beneamato benché inesistente pubblico di lettori dell’ultimo minuto, assistiamo a tutta una spesso decerebrata produzione seriale di saghe familiari, epopee fantasy, feuilleton erotici, concepiti sulla base di una stringente ideologia di fidelizzazione.

Attraverso il ricorso alla suspance, all’impressione di realismo dei personaggi o piuttosto, al contrario, all’attaccamento verso le forme di evasione più distopiche e fuori dalle troppo note logiche del vivere quotidiano, la scrittura editoriale odierna si va modellando sempre più sulle strategie narrative delle fiction televisive, e questo lo sappiamo ormai bene.

Ma perché piacciono così tanto, queste tecniche della ripetizione coatta?

«La serialità ci avvince perché ci fa compagnia, perché non ci lascia per poche ore in balia delle gesta di uno o più eroi straordinari, ma ci fa vivere per lungo tempo insieme a persone che ci assomigliano, che nella lunga durata, a ben conoscerle, si smentiscono, si sorprendono, mettono in discussione le loro idee sul mondo e su se stesse. E insomma in una parola vivono quasi come noi».

Questa è la spiegazione di Cotroneo, in ultima analisi, e mi trova abbastanza in accordo. Ma resta da chiedersi: è davvero la serialità che vogliamo, almeno in letteratura?

7 pensieri su “Serial (killer)

  1. La spiegazione di Cotroneo non mi convince, perché non mi convincono mai le spiegazioni di ordine psicologico o morale e basta. Non c’è bisogno di evocare il buon vecchio Marx col suo feticismo della merce, basta rileggere il Banjamin che parla del dominio del sempre uguale. Ecco, questo mi ricorda l’odierna serialità.

  2. Mi sembra un po’ pochino, dire:
    «La serialità ci avvince perché ci fa compagnia, perché non ci lascia per poche ore in balia delle gesta di uno o più eroi straordinari, ma ci fa vivere per lungo tempo insieme a persone che ci assomigliano, che nella lunga durata, a ben conoscerle, si smentiscono, si sorprendono, mettono in discussione le loro idee sul mondo e su se stesse. E insomma in una parola vivono quasi come noi».
    Io credo che nella capacità attrattiva della serialità ci sia qualcosa di più profondo e inconscio, di più nevrotico.

  3. Anche a me, nel senso che concordo su questa disamina di Cotroneo, ma non so fino a che punto ci si possa attestare su questa posizione, per spiegare la fruizione seriale sia in campo televisivo ma soprattutto in campo narrativo. (e infatti chiedo)

  4. Non ci ho pensato abbastanza da poter dare una risposta, ma la serialità funziona anche a prescindere dall’identificazione, mi sembrano due cose diverse che agiscono in parallelo. La risposta di Cotroneo ha qualcosa di ingenuo e sentimentale.
    Ma mi pareva che la tua domanda fosse questa: «Ma resta da chiedersi: è davvero la serialità che vogliamo, almeno in letteratura?» Certo, la serialità in sé non è “letteraria”, ma non la vedo nemica della letteratura in quanto serialità, o almeno solo quando è di cattiva qualità e ha l’unica funzione (non letteraria, ma psichica, forse) di gancio.
    Ma il gancio lo trovi anche nella letteratura di consumo non seriale. Forse la domanda va posta diversamente.

  5. Penso a una specie di ricorsività mnemonica, piuttosto, che anestetizza la fruizione nelle forme prima che nei contenuti. E sì, probabilmente agisce anche la nevrosi (conscia e inconscia) del quotidiano. Basti anche pensare alla ripetitività dei singoli nostri gesti (non gesta!).
    Infatti non le vedo necessariamente nemiche (letteratura e serialità). Però è certo curioso che le cifre del mercato editoriale vadano così tanto in quel senso. Continuo a domandarmi (e questo intendevo) se sia davvero un bisogno congenito o piuttosto indotto, questo della ricorsività. Se sia nevrosi coatta, o reale conseguenza delle dinamiche odierne (sociali e para-…).

  6. Il tuo primo commento qui sopra mi pare più vicino al problema. Il mercato editoriale sfrutta la pulsione ricorsiva, ne ha intuito le capacità attrattive e le cavalca, senza che questo sfruttamento, in teoria – perché poi in pratica stimola una richiesta pletorica di prodotti sempre uguali, visto che hanno avuto successo – comporti cattiva letteratura. Dipende sempre dal trattamento. Ho anche l’impressione che la nuova serialità soprattutto televisiva, non quella alla Poirot, per intenderci, ma quella alla Lost, con la sua tendenza a non chiudere mai, sia particolarmente adatta, rispecchiante, di una idea di mondo non più confortevolmente gerarchica.

  7. Esatto. Infatti non ho citato ad esempio i gialli, pure fisiologicamente basati sulla serialità, che però nutrono e si nutrono di questa costruzione narrativa. Secondo me è chiaramente il comfort che manca e che si vuole ricercare più di tutto, ricreandone le ambientazioni e i passaggi sempre uguali. Anche l’attenzione così minuziosa al personaggio-avatar, andando oltre la facile identificazione, sembra concorra più che altro al rilassamento dello spettatore/lettore, sembra dire “non sei solo, va tutto bene, fuggirai dall’isola e se non fuggi è SOLO fiction, ma tu in realtà potresti tutto, sei degno di nota, di assurgere a ruolo di personaggio”.
    (Per non dire poi della tremenda difficoltà, oggi, di mettere un punto).

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