Urgenza di dire dello scrivere

Qualche settimana fa mi sono addormentata ascoltando l’intervista di un giovane scrittore italiano, giovane dacché italiano, cioè, di età indefinitamente compresa fra i 30 e i 40 anni.

Veramente non l’ho solo ascoltata, l’intervista, l’ho proprio guardata, su uno di quei canali di letteratura che puoi reperire in streaming, on demand, sul pc, verso le due di notte, quando non riesci a dormire, o non hai voglia di farlo, perché c’è ancora caldo, nonostante sia già arrivato l’inverno, dicono.

Fatto sta che questo scrittore raccontava di come s’è trovato a concepire il suo primo romanzo, esperienza questa che gli è proprio capitata per caso, o così sembrerebbe, stando a quanto dice lui alle due di notte, anche se forse l’intervista l’aveva rilasciata di pomeriggio, chissà, dopo aver mangiato un tramezzino, prima di prendere il caffè.

Sicuramente non aveva bevuto nemmeno un goccio di caffè, il giovane scrittore prima dell’intervista, oppure non ne aveva bevuto abbastanza, magari non ci aveva nemmeno fatto colazione, insomma si vedeva chiaramente che aveva un gran sonno, e che la notte non riesce a dormire molto, lui.

Capita a volte che alcuni scrittori di età indefinitamente compresa fra i 30 e i 40 anni si rivelino, alla fin fine, dei salutisti, forse per andar contro al mito bukowskiano della dissolutezza dei costumi, uno status symbol che si vuole generatore (automatizzato?) d’ ispirazione e creatività, oltre che ottima scusante ecumenica, volta a giustificare l’annebbiamento di ogni altra plausibile attività geo-politica con cui impiegare diversamente le giornate.

Mi sembra però che ormai la moda, per fortuna, sia differente, tra gli scrittori, e non solo fra i trenta-quarantenni italiani, bontà loro.

Mi sembra che adesso ci tengano anche un po’ di più alla forma, al riconoscimento della scrittura come frutto di un lavorio meditato e serioso, come apice di una ricerca gnoseologica e laboratoriale, quasi, in barba alla sfacciataggine oratoria tipica del cantore delle masse, il figuro (poco losco) che puoi incontrare in piazzetta davanti al bar, nel bar, che beve ancora il caffè.

Il mio scrittore intervistato giovane, invece, di caffè proprio niente, secondo me, nemmeno l’ombra: aveva due occhi placidi, acquosi, pieni di sonno.

Forse fa uso di qualche sostanza stupefacente altra, però, m’è sembrato che rimestasse nelle tasche, di quando in quando, e che arrotolasse come una sigaretta di carta venuta male, mentre gesticolava. perché gesticolava davvero tantissimo, una cosa anche fastidiosa da guardare per troppo tempo, alla fine, quasi mezz’ora di intervista, e lui sempre lì a gesticolare, e si toccava l’orecchio, e si ravviava i capelli, pochi capelli, ma riccioluti quasi, un accenno di messa in piega, non saprei dire meglio, erano pur sempre le due di notte e io ero anche abbastanza stanca, a dirla tutta.

Ad ogni modo, costui raccontava di appartenere a una famiglia benestante e quindi di essersi potuto permettere molti agi, fra cui quello di operare vari «cambiamenti di rotta», diciamo così, nel suo pur non lunghissimo passato, sempre però restando attento a gravitare nell’orbita di una vita assai assonnata e stranamente salutista, e che a un certo punto, diceva pure, ha frequentato dei «mattissimi amici cattolici», coi quali aveva intrapreso una sorta di cammino spirituale forte e duro, di automeditazione, o più puramente di messa a nudo esperienziale dell’io, sempre senza caffè.

Tutto questo sembra che non abbia veramente a che fare con la sua scrittura, però, dice lui. (Infatti…) Ciò che riguarda davvero la sua scrittura, invece, o almeno l’inizio della sua avventura di scrittore, pare sia stata la visione di un grandioso film.

Ora non sto qui a dilungarmi sul perché e il percome il mio scrittore giovane s’era ritrovato, un decennio fa, in una saletta cinematografica di Roma, non troppo defilata, a un orario improbabile, pre-pomeridiano, a vedere un film conosciutissimo, tratto da un romanzo altrettanto noto, francese, epico, apocalittico, squisitamente borghese, proprio come la casta borghese di cui lui stesso fa parte, dalla nascita, quella casta della quale dice pure, con intelligenza, che «non si può scrivere seriamente», che i problemi borghesi, ancorché drammatici, bisogna antologizzarli solo con l’ironia, dice lui.

Comunque, quello che m’ha colpito così profondamente di tutta l’intervista, oltre all’aneddotica proposta, che mi rendo conto possa lasciare abbastanza a desiderare (come ogni aneddotica motivazionale che si rispetti, tra l’altro), ma quello che m’ha proprio molto colpito dell’intervista, per quanto ho potuto estrapolare dalle parole assonnate del giovane salutista religioso e borghese, è stata l’urgenza di scrivere.

Lui diceva, in sostanza, che a un certo punto era tornato a casa, dopo il film, e aveva iniziato a scrivere, così, di getto, perché proprio non ne poteva fare a meno, anche se aveva venticinque anni e non si conosceva affatto, e non sapeva che cosa avrebbe voluto fare della sua vita.

E infatti nemmeno riusciva a scrivere in prima persona, dice, che s’era dovuto creare un alter ego, qualcuno non proprio uguale a lui, né completamente a lui opposto, ma diciamo un ricettacolo di spaesamento deontologico, una prima persona traslata e pensante, operante, scrivente appunto.

Quest’intervista letteraria abbastanza inutile mi ha fatto domandare, allora: quali sono le motivazioni che spingono un giovane ragazzo italiano di buona famiglia a prendere la penna in mano, o ancora meglio, il suo equivalente pc, al fine di decidere d’essere uno scrittore?

Lapalissianamente, le risposte possono essere le più disparate, ma qui non m’interessa affatto indagare sull’aneddotica singolare, spiattellata in streaming a spizzichi e bocconi, pure con una certa bell’aria compiaciuta, da scrittore fatto e finito.

No, qui m’interessa soprattutto capire quale urgenza muova, di volta in volta, l’aspirante scrittore, a definirsi tale, a motivare il proprio lavoro, la semplice voglia di scrivere, e quanta adrenalina riesca a secernere dalla sua vorticosa testa pensante, in grado di sopperire alla caffeina, alla noia borghese e al meritato riposo notturno.

M’interessa capire quanto sia difficile, sul serio, parlare in prima persona, esporsi al pubblico ludibrio dicendo “io”, un io privato che racconta di sé, che annienta perciò concretamente la più privata bolla prossemica, e quanto invece, tutto questo teatrino, sia solo un facile escamotage per accattivarsi le simpatie degli astanti.

M’interessa indagare il vero ruolo dell’aneddoto, se serva al lettore/ascoltatore o più all’aspirante/autore stesso, per provare a dare un senso compiuto a tutta una quantità infinitesimale di progetti astratti, di propositi istrionici, immateriali, egocentrici.

Mi sono addormentata, poi, sull’infinitesimale, pensando a quale sarebbe stata la mia, di risposta invece, se qualcuno mi avesse posto domande sulla scrittura, com’era appena capitato al giovane quarantenne.

E ho pensato che probabilmente avrei risposto che una notte, che era ancora caldo, nonostante l’inverno alle porte, ero parecchio stanca ma non avevo troppa voglia di dormire, e ho guardato l’intervista di un giovane scrittore esordiente italiano che parlava del romanzo borghese con ironia, e che gesticolava anche parecchio, a discapito dell’espressione assonnata, e che spiegava così la sua urgenza di scrivere, che dovrebbe poi essere un’urgenza abbastanza condivisa, a me pare, dati i fatti.

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