Narratori degli Anni Zero. Un dialogo

Francesca Fiorletta:  Andrea Cortellessa, nell’introduzione all’antologia Narratori degli Anni Zero (Edizioni Ponte Sisto), affronta il delicato problema dell’editoria in prosa e dell'”orizzonte d’attesa” del pubblico dei lettori, sostenendo che oggi si assiste a una «mercatocrazia» assai diffusa e generalizzata, che, a ben vedere, risulta invalidante per tutte le forme narrative ibride e di sperimentazione linguistica, pure oggi ancora molto interessanti. Il tutto, mestamente, in favore del beneamato romanzo nelle sue forme più classiche.

Massimiliano Manganelli: Sì, direi che il problema è proprio il romanzo, cioè il suo statuto. Per romanzo oggi si intende quasi esclusivamente una narrazione lineare, ben definita, possibilmente classificabile entro un determinato genere. Un’idea povera, insomma.

FF: Esatto. Si è parlato di una sorta di “ritorno all’ordine” del genere narrativo, una prassi già in uso da alcuni anni, per la verità, secondo cui la narrazione romanzesca si è fatta totalmente mainstream, a uso e consumo dei cosiddetti lettori occasionali. E questo è certamente un punto a sfavore del romanzo stesso, che invece è stato una punta di diamante dello sperimentalismo stilistico e linguistico, almeno nella prima parte del Novecento.

MM: Nel Novecento il romanzo è stato proprio il luogo d’elezione della sperimentazione, fino a costituire una sorta di categoria a sé stante. Se consideriamo il romanzo com’è oggi vediamo una distanza enorme. Cortellessa ha quella idea di narrazione, di romanzo quale macchina onnivora e inclusiva. L’idea di Bachtin, in buona sostanza, cioè la più ricca di possibilità, la più aperta.

FF: Secondo me, oggi sarebbe comunque poco praticabile un’idea di romanzo quale è stato il grande romanzo novecentesco, e non penso francamente che il problema (almeno non il principale) sia il mercato editoriale o l’”orizzonte d’attesa” dei lettori disabituati alla lettura. Penso piuttosto che la società in cui viviamo abbia particolarmente influito proprio su una certa frammentazione del processo di formulazione stilistica, lessicale e “artistica” in senso stretto e quindi anche dell’approccio narrativo in sé, come del resto accade ugualmente in altre forme, ad esempio in poesia, nel cinema, ecc.

MM: E infatti Cortellessa indica negli anni Zero il periodo di una «ridefinizione della tradizione». Tuttavia è curioso che, in epoca di estrema complessità, in un periodo in cui la dimensione plurale e orizzontale del mondo (e della cultura) sono preponderanti, il romanzo si semplifichi a tal punto. Forse proprio in virtù di un mondo complesso abbiamo bisogno di narrazioni semplificate e semplificanti, che lo rendono più comprensibile. A questo occorre comunque aggiungere che oggi il romanzo non possiede più l’esclusiva della narrazione, giacché soffre la notevole concorrenza del cinema o della televisione. Per tornare all’antologia curata da Cortellessa, va detto che non denuncia nostalgie verso un glorioso passato, anzi penso che il suo maggior pregio risieda proprio nella carica propositiva, che poi dovrebbe essere il compito di ogni vera critica.

FF: Infatti, Cortellessa focalizza l’attenzione proprio sull’evoluzione delle forme narrative, spiegando bene come lo spazio dialettico, e anche quello della pagina, strettamente, sia chiara espressione del nostro tempo. Proprio secondo questo particolare criterio, appunto, gli autori scelti a far parte dell’antologia conservano nella loro scrittura uno stile polimorfo e polisenso, che ben concorre a smuovere quelle placide acque in cui si presume sia finito irrimediabilmente il romanzo, oggi.

MM: Più che placide, le definirei stagnanti. Hai pronunciato la parola spazio, che nell’analisi di Cortellessa ha un ruolo tutt’altro che secondario. All’ingrosso si può dire che, se il romanzo novecentesco è stato incentrato sul tempo, oggi il fuoco dell’attenzione si è spostato sullo spazio. Questa, ce lo ha insegnato bene Jameson, è l’eredità del postmodernismo, o meglio della logica culturale del tardo capitalismo. Scrive Cortellessa: «Leggere gli spazi, in altri termini, non è che un modo diverso di leggere i tempi». Forse è questa la matrice comune che unisce narratori piuttosto diversi come quelli antologizzati.

FF: Esatto. Il fil rouge mi sembra, infatti, non solo una spazializzazione, ma proprio una dispersione, quasi traumatica, di forme e contenuti, che interessa sia le stesse voci narranti sia l’universo letterario rappresentato, che risulta slabbrato e ricompreso, quindi, in un dialogo perennemente sveglio con un “orizzonte d’attesa” finalmente e realmente differenziato. Per citare lo stesso Cortellessa, questa nuova narrativa degli anni Zero può ben definirsi «Come un Ufo, o un monolite lunare, che d’un tratto atterri nello spazio della quotidianità più distratta e casuale». Distrazione e casualità che ritroviamo spesso fra gli stessi temi cari agli autori presenti nell’antologia.

MM: Cortellessa comunque non si limita a fornire una lettura per così dire cartografica degli anni Zero, non offre una pura e semplice mappatura (brutto termine assai in voga oggi) del presente. Come dicevo poc’anzi, indica anche una direzione; e mi pare questa una delle qualità principali dell’antologia, ossia il suo collocarsi a metà tra l’antologia “di tendenza” e quella storiografica, sommativa. Con uno sguardo molto preciso verso la qualità, che è il criterio essenziale della scelta degli autori.

FF: Compito arduo, ancora una volta, quello della critica militante nel senso più stringente del termine, che si trova a operare serie scelte qualitative proprio all’interno di una generazione compresente e variamente orientata. Gli autori presenti, quelli la cui scrittura può ben considerarsi «compiutamente emersa» in questi primi dieci anni del Duemila, sono infatti anche molto distanti fra loro, per stile e tematiche trattate: da Tommaso Pincio a Paolo Nori, da Laura Pugno ad Andrea Bajani, a Giorgio Vasta…

MM: Quello dei nomi, peraltro, è l’annoso problema delle antologie. Non appena se ne prende in mano una, automaticamente si scorre l’indice e si dà il via al gioco delle inclusioni e delle esclusioni. E si dimentica il progetto nella sua interezza. Ovviamente non è che un’antologia possa prescindere dai testi (che peraltro quella di Cortellessa offre in abbondanza), tuttavia è necessario di volta in volta verificare se il progetto antologico, quale che sia, tiene alla prova dei testi. E in questo il lavoro di Cortellessa è indubbiamente riuscito, perché tra l’introduzione generale, i puntuali “cappelli” introduttivi e i testi antologizzati circola la medesima aria.

FF: Per non parlare, poi, della giostra sempre perniciosa delle esclusioni. Ma quest’antologia mi sembra giustamente focalizzarsi più che sull’elezione per così dire pro capite, proprio sull’andamento globale della scrittura, in relazione al nostro tempo e ai mutamenti editoriali, commerciali e ragionativi che interessano il panorama narrativo attuale. E, in quest’ottica, anche la stessa voce lasciata ai singoli autori, a corollario dei testi, di volta in volta, è una scelta molto importante, a mio parere, non certo volta a sminuire il compito della critica canonizzata, dalla quale pure non è giusto prescindere, ma proprio per puntare l’attenzione su quello che è, e dovrebbe essere, un profondo grado di consapevolezza, esperienziale quanto artistica, di tutti gli scrittori coinvolti, non soltanto nel progetto antologico, ma anche e soprattutto nell’universo sociale e artistico di oggi.

MM. Su questo Cortellessa denuncia la scarsa attitudine dei narratori a scrivere di sé, a proporre, per usare un termine ormai desueto, una poetica. Cosa che invece, a quanto pare, riesce più facile ai poeti. Segno, forse, di una perdita di consapevolezza rispetto agli strumenti utilizzati. E qui si torna di nuovo al problema dello statuto del romanzo, o della narrazione tout court.

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