Choosy don’t cry

Se n’è parlato davvero tanto, forse anche troppo, nelle ultime settimane.

È apparso su tutti i giornali, le radio, le televisioni, saltava fuori ovunque navigando sul web, bevendo un amaro al bar sotto casa, riecheggiava dal verduraio, alla fermata dell’autobus, in fila alla posta: «oh, ma hai sentito: choosy?».

Choosy è la parola brutta dell’autunno, il tormentone mediatico, come si dice: tocca farsene una ragione.

Inutile provare a non occuparsene, evitare di accanirsi contro una così vieta castroneria tutta fulgidamente italiota, fingere che non sia mai stato pronunciato nessun aggettivo simile da nessun politico in carica durante nessuna conferenza stampa ufficiale.

Inutile persino rigettare l’anglofonia disperante di ritorno dall’emisfero cerebrale deputato alle nostre più intime conversazioni interpersonali.

In una parola: inutile stare qui a fare i choosy, gli schizzinosi, appunto, ancora e ancora.

Come se non bastassero le già tantissime opportunità di lavoro assai remunerativo rifiutate in massa dai giovani d’oggi!

«”Ma dove lo trovano, questi giovani d’oggi, il tempo di lamentarsi?»

Forse perché non hanno un lavoro vero, ecco dove lo trovano il tempo di sfottere, questi giovani d’oggi, che non a caso sono tanto choosy, difatti preferiscono starsene al calduccio nelle loro belle casette profumate, seduti alla mensa imbandita di mamma e papà, a inveire contro uno scivolone di poco conto fatto da un povero ministro del buon governo tecnico.

Perché questo è stato, in fin dei conti: uno scivolone pieno e ributtante, tutto questo “choosy” che ha preso a strabordare, di qua e di là, e a fare il paio con le lacrime da coccodrillo per i nostri poveri pensionati, già versate amabilmente, qualche mese fa, dalla stessa esimia Fornero, bontà sua, che tanto invece si prodiga per mandare avanti la tecnica baracca.

Tanto si prodiga e tanto viene sbeffeggiata poi, per giunta, dalla bieca stampa gossippara e dai mai paghi giovani d’oggi (ops, volevo dire: mai pagati!), i quali non sanno far altro che lamentarsi e che non riconoscono neppure un aggettivuccio così, scivolato a mezza bocca dopo una giornata particolarmente impegnativa, una giornata di lavoro vero, non come quelle dei choosy di tutto il mondo, che a spalare la merda in porcilaia non ci vanno mica.

Mica come i nostri ministri della repubblica italiana, che si vestono di tutto punto per amministrare tecnicamente questo bel paese, e sono costretti a sudare proprio tanto, sì, durante le loro belle trasferte di lavoro da settecento euro al giorno.

Settecento euro al giorno di trasferta, perché anche lo stomaco vuole la sua parte, mica i tecnici campano d’aria, ci mancherebbe!

E il mercato, allora, chi lo fa girare?

E questi settecento euro al giorno, dico, chi glieli paga, ai cari (carissimi!) delegati del governo, se i giovani d’oggi s’ostinano a rimanere ancora così a lungo disoccupati, così pavidamente imprigionati nella funambolica giostra della scelta sofisticata del lavoro che più gli aggrada?

Perché di scelta si tratta, eh, non di ricerca, non di bisogno, né di totale e incontrovertibile assenza.

Di scelta.

È tutto un fatto di scelte, nella vita.

Inutile approfondire ulteriormente la questione.

Che i giovani d’oggi abbiano davanti ben poche scelte, se non quella obbligata di fare i bagagli e andarsene via per il mondo a cercar miglior ventura come già fecero i nostri avi, è fatto notissimo ai più.

Che i giovani d’oggi siano schizzinosi, lo dicono poi ormai solo i vecchi (per fortuna!) che vorrebbero avere avuto una maggiore possibilità di scelta nella vita, ma che pure loro, come tutti, se ne stanno al bar, dal verduraio, alla fermata dell’autobus, sul web, davanti alla tv a sentir chiamare “politica” e “comunicazione” solo una bruttissima, penosa gaffe.

C’è chi sceglie di dire stronzate, e chi sceglie di non starle più a sentire.

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