A tempo di Swing!

Improvvisamente ero Nessuno, cioè mi trovavo in quella zona in cui credi a quello che dici, a quello che fai. Un’autosuggestione. A questo, aggiungici – come si vede – un indistruttibile istinto di coerenza.

Il primo romanzo di Michele Fianco, Swing!, uscito l’anno scorso per le Edizioni Polimata, ha un andamento ritmico decisamente musicale e un impianto narrativo molto denso e sincopato.

Precisamente alla fine del terzo capitolo, poi, c’imbattiamo in questa coraggiosa e disincantata ammissione di responsabilità, privata e artistica, che ha l’ovvio intento di spiazzare le presunte attese di lettura, stravolgendo gli archetipi concettuali generalmente connessi alla specifica forma del romanzo.

La troppo spesso decantata figura del narratore, o dell’operatore culturale, risulta messa costantemente in discussione, infatti, con una riflessione intima e pragmatica, tanto fra le pagine del libro quanto – e in special modo – lungo il percorso accidentato della diretta esperienza quotidiana dell’autore stesso.

L’intuizione era già opera. Avrebbe potuto prendere forma di poema, affresco o lezione. Era, invece e purtroppo e soprattutto, già vita. Dunque l’impegno non era gravoso.

Il marchingegno intellettualistico che soggiace di solito a un certo tipo di grammatica espositiva “di livello alto”, viene slabbrato e diluito, attraverso l’utilizzo di un linguaggio a tratti dispettoso e sempre ironico, che racconta il dibattersi in astratto e l’arrabattarsi in concreto di un’esistenza al singolare, eppure però composta da molte vite insieme.

Più che di veri personaggi, in effetti, parlerei di scaglie di personalità, di accenni diversissimi tra loro, ma che restano pur sempre dei meri accenni, mai perfettamente compiuti, bensì abbozzati, stilizzati, lasciati intuire dal lettore stesso.

Era quella la tecnica: infilare rapidamente la rêverie, lasciare lievemente la presa e farsi volare via.

Proseguendo nella lettura, sempre a ritmo assai sostenuto, ci s’imbatte in una vasta e giocosa schiera di allegorie nostalgiche e di figure quasi fiabesche, stranianti e surreali, come ad esempio l’Altronauta, che è un po’ un mistico traghettatore di anime indecise, o la Sbatman Inc., una sorta di massoneria goliardica che tenta di brevettare le diavolerie tecniche più spericolate.

A fare da sottofondo, costantemente, la sapiente melodia delle ballads, con un movimento centrifugo che accompagna corpo e mente al ritmo, va da sé, di un certo Swing!

Il valore ultimo e profondo di questa narrazione nella narrazione, dunque, è lo svelamento, artistico e concettuale, del senso della differenza: la scrittura apre nuove prospettive di indagine nelle forme canonizzate dell’autobiografia, rintracciando il bandolo poetico di una matassa prosaica in continua evoluzione.

Michele Fianco s’insinua così nei lacerti del sentire comune, decostruendo programmaticamente le personalità multiple che popolano una società ormai troppo spesso agglutinata, per tentare, da ultimo, una emotiva e ideologica ricostruzione di sé.

È il caso di riderci anche un po’ su, no? Come dice il mio amico, qui, Michele, credo…