Commiato da Andromeda

In quella voce l’amore, la stanchezza, un tremore infantile, una rabbia fredda, tutto si prepara, una turbolenza.

Vincitore del Premio Ciampi, edito dalla casa editrice Valigie Rosse nel 2011, il Commiato da Andromeda di Andrea Inglese è un libro delicatissimo e struggente, modulato su un apparato testuale continuamente cangiante e supportato da una struttura lessicale molto colta e attenta, mai slabbrata, sempre puntuale e profonda.

Inglese racconta quindi di un commiato invero molto personale, di un distacco sempre molto doloroso, ossia della fine di una storia d’amore lunga, tormentata e molto complessa nel suo continuo articolarsi; una storia che fu amara e illusoria insieme, e che riverbera tutta la sua contingente irrazionalità negli strascichi pesanti che lascia, e nelle riflessioni a latere che pure ciascuno suole compiere, d’abitudine, trovandosi a fronteggiare un abbandono.

La messa in parole di quest’esperienza traumatica inizia a prendere una forma concreta attraverso l’osservazione, quanto più possibile oggettivata, di un quadro di Piero di Cosimo, Liberazione di Andromeda, custodito a Firenze nella Galleria degli Uffizi, e di cui il protagonista possiede una fedele riproduzione, che tiene appesa in una delle stanze certamente più intime della casa: la toilette.

Il dipinto raffigura il momento subito precedente alle decapitazione di un terrificante mostro marino per mano di Perseo, allo scopo di liberare appunto Andromeda, che è già stata fatta orribilmente prigioniera ed è riversa, seminuda, tra le grinfie dell’odiato dragone.

Proprio la vista continua dello scenario mitologico grottesco, quindi, fornisce all’autore lo spunto necessario per intavolare un discorso sorprendentemente toccante e al contempo quasi macchinalmente analitico a proposito dell’evolversi dei rapporti umani.

La paura, la solitudine, l’abbandono, il desiderio, il piacere sessuale, l’appagamento estetico, la tenerezza, la malinconia, l’innamoramento compulsivo e sempre nuovo, la mesta condiscendenza, la pacata arrendevolezza davanti al ciclo cinico degli eventi: riflessioni come pennellate su tela, ricordi come vivissimi fotogrammi in alta definizione, e, su tutto, un uso sapiente, laconico, ironico e spietato della materia linguistica.

perché poi le metafore, perfettamente inadeguate, non funzionanti, come questa, annunciano il mistero della lingua: il dolore fa parlare a vanvera, è solo un grande buco, che ha bisogno di riempimento.

A riempire questa assurda voragine, fisica, emotiva, socializzata, ecco che Andrea Inglese costruisce un impianto miscellaneo di notevole pregio, accostando prosa e poesia, in un’alternanza intima e ragionativa che pone continue interrogazioni al lettore.

Dalla concezione del corpo femminile nell’antichità, alle più sfibranti pratiche erotiche dell’oggi, dall’allegorica ostilità verso una percezione chiusa e castigata degli schematismi sociali antichi, al disvelamento del più vero e profondissimo turbamento umano moderno, Inglese ripercorre, metabolizza e si riappropria del suo stesso Commiato, e lo fa attraverso un indovinato rispecchiamento, studiato quanto viscerale, proprio con la scena rappresentata da Piero di Cosimo:

forse quel mostro non è altro che l’incontro fallito della coppia, il sintomo dell’amore mai avviato, ma sempre promesso: mostruosa è la distanza

Ottima è l’analisi.

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