Essere un corsista oggi

Quello del corsista, oggi, è diventato un passatempo a tutti gli effetti.Un passatempo assai duro, per la verità.Vediamo perché.

Essere un corsista, oggi, vuol dire innanzi tutto disporre di una buona quantità di tempo libero, talmente buona da volerne (e poterne) impiegare una certa parte svolgendo quelle tipiche attività che si usano definire, in modo abbastanza ingenuo, culturalmente e socialmente stimolanti.

In più, com’è ovvio, nella maggior parte dei casi, un corsista è il solito individuo maniacalmente precario, senza un lavoro remunerato, senza delle reali prospettive di crescita professionale, senza la benché minima certezza paradigmatica del domani.

“Che ne sarà di me?”

Un corsista, inoltre, va detto, è quasi sempre un soggetto benestante, o comunque non un cittadino completamente disagiato di questo mondo. Ragion per cui può permettersi di sostenere delle spese anche ingenti, il più delle volte assolutamente fuori formato, nettamente sproporzionate, in media, rispetto alla qualità e alla serietà intellettuale con cui vengono sovente organizzati questi suddetti corsi.

Corsi che invero proliferano, ahinoi, pressoché dappertutto, e che investono in special modo quei settori, come ad esempio l’editoria, nei quali è abbastanza difficile e aleatorio rendersi conto, di primo acchito, se si ha davanti un insegnante che può disporre di una certa effettiva competenza, diremmo tecnica, scientifica, amministrativa in senso stretto.

Questi corsi, sostanzialmente inesistenti, infatti, si chiamano a maggior ragione coi nomi più assurdi, tipo: La rielaborazione del lavoro culturale; La casa editrice in tre semplici mosse; L’affascinante nonché fantascientifico mestiere del correttore di bozze; e via così…

Perché si sa che, di norma, le attività legate in qualche modo all’arte e alla cultura vanno per la maggiore, specialmente fra le signorine dabbene, o fra i giovanotti di buon cuore

“Cuore di mammà!”

Eppure, nella maggior parte dei casi, i corsisti non hanno la minima idea di che cosa stanno facendo, né tantomeno del perché.  Il corsista medio non è affatto interessato alle splendide controversie intimistiche del correttore di bozze: il corsista medio vuole passare un pomeriggio insieme a tanti altri corsisti medi come lui, così da sentirsi meno solo in una società completamente isolazionista e allo sbando.

Il corsista medio vuol fare bella mostra di sé davanti ai genitori, vuol credere di saper scegliere come impiegare il proprio tempo al meglio, vuole sperare di aprirsi una piccolissima finestrella su un luminescente futuro (nel caso succitato, un futuro editoriale) da stagista a progetto. Il più delle volte non retribuito.

Perché è questo poi, alla fin fine, che i beneamati corsi vanno pronosticando: uno stage non retribuito presso qualche micragnosa casa editrice fantasma, per qualche mese, e poi un bel pezzo di carta in tasca, seppure, e tanti cari saluti al cane.

Ah, e si badi bene: questa pur evanescente prospettiva professionale verrà sì garantita ai corsisti, (magari fosse!) però non proprio a tutti, eh.

“Solo ai più meritevoli!”

Così, ogni anno, moltissimi ragazzi si riducono a perdere il loro tempo e a investire i loro soldi in progetti assolutamente lucrosi e fallimentari, per la maggior parte dei casi. (Non intendo generalizzare, ci mancherebbe!)

Quello che fa realmente paura di tutta questa dinamica, a mio avviso, oltre all’intento spesso conventicolare e mangia quattrini a tradimento degli organizzatori dei suddetti corsi, è constatare con mano la dilagante, sfibrante ignoranza dei partecipanti alle succitate attività.

Sia dietro la cattedra (orrore!) che fra i banchi (mestizia!), è tutto un pullulare di luoghi comuni ripetuti con intento pubblicitario, di domandine col dito alzato da seconda elementare, di mitologie incongruenti e decisamente fuorvianti, alimentate per anni e anni, sul mondo del lavoro. Il lavoro editoriale, poi, non ne parliamo.

E da ultimo, quel che è peggio, l’inconsistente noia. La scarsissima voglia di imparare qualcosa di nuovo, da cui si evince che il corso, oggi, non è nemmeno visto come un arricchimento intellettuale e personale (tralasciando la gestione pietosa che ne viene fatta, nella maggior parte dei casi). Oggi, il corso, è solo uno status symbol.

Io, personalmente, ho assistito a una lezione di “editoria” (ammesso che l’”editoria” si possa insegnare in un’auletta buia con le grate alle finestre) e mi sento di riportare, in conclusione, le tre domande fondanti che sono state rivolte all’insegnante, esimio editore sconosciutissimo:

  1. Ma se da un libro traggono un film, perché poi molte volte il film è diverso dal libro?
  2. Chi lo decide chi dovrà fare la prefazione a un libro, l’editor?
  3. Se un libro non ha immagini, che cosa fa l’illustratore della casa editrice?

Informiamoci, prima di fare corsi.