Trionfano le idee al posto dei numeri. (Variazioni sul tema)

Bastano i numeri, per tutto. Ci sono le elezioni (per la politica) le aste (per l’arte) le classifiche (per la letteratura). Nessuno, oggi, si pone i problemi del perché scrivere e di come scrivere. Sono cambiati i tempi e anche le ragioni della scrittura. Il cavalier Marino, nel Seicento, diceva che lo scopo del poeta è stupire: chi non sapeva stupire, secondo lui doveva cambiare mestiere. Oggi lo scopo dello scrittore, come quello del politico, è entrare nel paradiso dei numeri.

Così Sebastiano Vassalli, dalle pagine del «Corriere della Sera», analizza uno dei fenomeni, a suo avviso, più preoccupanti della nostra contemporaneità, sia dal punto di vista letterario che sul versante sociale e umano in toto.

E lo fa, senza giri di parole, in un articolo dal titolo esemplare: Trionfano i numeri al posto delle idee.

Secondo Vassalli, dunque, oggi, finita l’era dei manifesti programmatici (finalmente!) e placata la smania delle conventicole ideologiche (bontà sua!), noi tutti ci troviamo ad assistere (e a partecipare!) a una placida quanto sterile desertificazione delle idee.

Ma sarà veramente così?

Vassalli sostiene che, ormai, come la propaganda politica non si basa più tanto sull’orazione popolare alla ricerca del largo consenso quanto piuttosto sulla blanda e fredda logica computazionale delle schede elettorali, così anche l’arte e la letteratura non vengono più valutate, ragionate, pensate attraverso l’arma efficacissima dell’analisi critica e creativa in nuce.

L’arte e la letteratura, secondo Vassalli, riconfermano ormai il loro statuto ontologico di opere di pregio, solo ed esclusivamente in base all’ammontare delle vendite, al calcolo dei fatturati, alle classifiche di marketing che coinvolgono i loro prodotti finiti.

Sarebbe a dire che oggi un quadro, come un libro, non viene più tanto concepito come l’espressione di un’idea, di una linea di pensiero autoriale, di una tendenza estetica condivisa, e che l’oggetto artistico non viene quindi neppure più fruito come tale, poiché sostanzialmente avvinto in un circuito merceologico che riduce tutto a una mera classificazione in termini numerici, ossia in termini di guadagno.

Eppure c’è qualcosa che mi stona, in questo ragionamento di Vassalli.

Il rapporto fra arte e mercato, fin dall’antichità, è sempre stato assai controverso, però i due campi sono sempre e comunque rimasti legati a filo doppio, dacché la filiera più strettamente intellettuale e creativa non è neppure pensabile che sopravviva senza quella economica, ça va sans dire.

Forse, oggi, si è ulteriormente inasprito questo rapporto di interdipendenza, forse è diventato sempre più difficile scindere il pregio estetico dal fatturato monetario di un’opera, forse non c’è nemmeno più interesse a che le due cose non coincidano pienamente, nei casi più degenerati.

Ma parlare, addirittura, di un trionfo dei numeri sulle idee mi atterrisce.

Probabilmente è vero che questo processo di mercificazione, e, più in generale, di schematizzazione alfanumerica, è ormai penetrato a fondo nei nostro circuiti intellettuali e sottocutanei.

Eppure io, nel mio piccolo, preferisco pensare di saper ancora pensare.