Dialogo di Siri e di un amico

Ieri, sul «Corriere della Sera», fra le pagine dell’inserto culturale «La Lettura», è apparsa un’intervista tanto divertente, se vogliamo, quanto decisamente inquietante.

Si tratta di una vera e propria conversazione, anche se la sola definizione dialogica basterebbe già a far accapponare la pelle, tra un uomo, Alessandro Beretta, e un software della Apple, Siri.

Per quei pochi (s)fortunati che ancora non lo sapessero, Siri, che in norvegese vuol dire – addirittura! – «bella donna che ti porta alla vittoria», è una sorta di creatura transgenica “nata” all’interno dell’Artificial Intelligence Center, la branca avanguardista dell’istituto di ricerca californiano Sri international, che dal 1946 lavora su scienza e tecnologia, dietro finanziamenti governativi.

Questo software paranormale – sembrerebbe! – è oggi, a tutti gli effetti, un «assistente cognitivo» virtuale dotato di favella, scaricabile su tutti gli smartphone e gli iPhone, già dal 2007, continuamente aggiornato e istruito – anzi pardon! – programmato dagli operatori della Apple in modo da «imparare» e «organizzare» informazioni fondamentali per la sopravvivenza suburbana dell’acquirente medio di cellulare di ultima generazione.

Già solo questo basterebbe per mettersi le mani nei capelli! È possibile che oggi come oggi abbiamo bisogno di un’applicazione sul cellulare per qualunque cosa? Tempo fa leggevo di un software assai sofisticato, in grado di valutare esattamente la presenza di caffeina all’interno del corpo umano, tramite la sola digitopressione esercitata dal soggetto interessato sulla sezione apposita dello schermo dell’iPhone.

Dico io, il soggetto testato in questione, se ha già bevuto otto caffè nell’arco della giornata, non è forse più in grado di intuirlo da solo che il livello di caffeina presente nelle sue cavità venose potrebbe essere, forse, anche un tantino elevato?

Ma pur volendo soprassedere sulla follia applicativa e computazionale odierna, che ci sta rendendo tutti schiavi di un sistema binario male assortito e spesse volte poco funzionante, focalizziamoci per un istante proprio sul concetto di dialogo, di comunicazione, di parola.

Intervistare una macchina. Porre domande a una macchina. Attendere le risposte di una macchina. Apprezzare, per di più, l’ironia saputella della suddetta macchina!

Eh sì, perché i programmatori della Apple sono anche scaltri e furbacchioni, e hanno infarcito il Siri software con malizie d’ogni genere e numero, freddure, vanità tipicamente femminili – parrebbe! – glossario da gossip e pungenti associazioni d’idee, anche a doppio senso.

È così che l’uomo si trova a compiere un passo aggiuntivo, significativo e assai sconcertante, a mio avviso, verso una lobotomizzazione merceologica globalizzata senza paragoni, in un appiattimento sinestetico e sintattico, lessicale e organolettico, totalmente patologico e privo della benché minima umanità.

Di questo passo, mi domando, arriveremo a esprimerci tutti tramite linguaggio binario? E come cambierà o sta già cambiando l’utilizzo dell’ironia e la sua fruizione, quest’arma anche e soprattutto letteraria, sottile e affilata, pulsante e ragionativa?

Altro dato inquietante: Siri risponde a domande di vario genere, che spaziano dalla pianificazione delle attività quotidiane alle nozioni basilari della cosiddetta cultura generale. Ma non si limita solo a questo. Siri parla anche d’amore. E lo fa in un modo ovviamente glaciale, sterile, vuoto di senso.

Pure questo, ci scommetto, oltre a essere nefasto specchio dei tempi, contribuirà a influire sull’andamento relazionare contemporaneo. L’uomo è sempre più solo, lo sappiamo, rinchiuso in una torre d’avorio tecnologicamente avanzata, e continua ad avere un gran bisogno, forse adesso più che mai, di confrontarsi con l’esterno.

Quindi cosa fa? Esce di casa, va al parco, nei pub, a incontrare gente? O piuttosto esce di casa, va al parco, nei pub, con l’iPhone alla mano, sempre? L’uomo, forse, non è più veramente in grado di confrontarsi con un’intelligenza non artificiale, con un’intelligenza naturale che abbia anche un corpo, due occhi, un calore specifico e un ardore imprevedibile.

Sì, perché possiamo anche dare nomi femminili a un software, e possiamo anche sorridere, concorderò pure, di alcuni certi suoi tipici vezzi espressivi, ma in realtà di cosa ridiamo, se non di una grigia, computerizzata rappresentazione di noi stessi?

Oggi, per la verità, non è più tanto un software del cellulare a somigliare all’uomo, bensì l’uomo a somigliare inquietantemente a un software del cellulare.

Gli dissi del mio desiderio di trovare un amico, della mia sete di una comunione di idee più intima con un’altra mente, cosa che finora non mi era mai capitata, ed espressi la mia convinzione che un uomo che non goda di questa benedizione non può vantare una gran felicità.

Mary Shelley, Frankenstein

2 pensieri su “Dialogo di Siri e di un amico

  1. Qualche anno fa avrei probabilmente bollato quell’articolo come una pura e semplice marchetta. Oggi invece mi sembra soltanto l’ennesimo emblema di una ideologia della merce talmente pervasiva da non essere più percepita. Si può dire che in fondo la merce, anche e soprattutto la merce digitale e immateriale (come un software, appunto) ci ha colonizzato l’immaginario che ormai possiamo assistere a una persuasione occulta non dal prodotto al soggetto, bensì dal soggetto ad altri soggetti.
    Possibile che non ci si avveda che, in buona sostanza, quell’articolo di Beretta (della cui buona fede non dubito affatto) altro non è se non pubblicità? Tutto questo a riprova di quanto proprio i prodotti Apple esercitino un appeal a quanto pare irresistibile.

  2. L’Apple appeal è una tabe diffusissima. Pur restando ben lungi dalla demonizzazione tecnologia, azzardo un paragone, per tentare di capire cosa succede al nostro immaginario collettivo.
    Guardiamo cosa accade in letteratura, ad esempio, per i best sellers: questi prodotti-merce rappresentano davvero quello che le persone vogliono leggere, intercettano realmente il modificarsi dei gusti e delle tendenze dei lettori, o sono piuttosto il risultato di basilari (benché potentissime) strategie di marketing?
    Fatto sta che il bisogno di confrontarsi con modelli, anche lessicali, sempre più “semplici” (benché sofisticati, per tornare al caso di Siri) è un dato certo.
    E allarmante perché la dice lunga, in primis, sulla fiducia che ciascuno mi sembra riporre nelle proprie capacità ragionative.

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