in cerca di Moby Dick

Il 18 ottobre 1851 veniva dato alle stampe Moby-Dick or The Whale, romanzo che venne poi considerato il capolavoro assoluto dello scrittore e critico letterario statunitense Herman Melville.

La storia è nota ai più: Ismaele, l’io narrante, apparentemente esterno ai fatti, racconta dell’estesa battuta di caccia dal capitano Achab e del suo equipaggio, a bordo del Pequod, baleniera-mostro marino essa stessa, in primis.

Moby Dick è chiaramente il trofeo più ambito, l’enorme capodoglio, presto feticcio, la cui cattura diviene una vera e propria ossessione maniacale per i naviganti.

Seguendo la vetusta mania delle etichettature formali, per categorie narrative, potrebbe forse capitare di entrare in libreria e trovare Moby Dick tra gli scaffali della letteratura di viaggio.

Ma come spiegare l’incredibile fama e successo di questo libro, quasi mitologicamente perdurante, il cui fascino si protrae ancora oggi, a 161 anni esatti dalla sua prima pubblicazione?

Moby Dick è un romanzo carico di significati allegorici e simbolici insieme.

A partire da Ismaele, l’alter ego dello scrittore, figura onnisciente e ragionativa, passando chiaramente per il capitano Achab, che rappresenta lo sprezzo del pericolo, il rischio che vuole costantemente correre l’umanità intera, sfidando le leggi di natura, quelle divine e quelle più strettamente socio-culturali, rappresentate, in questo caso, dall’enorme e sconfinata distesa marina.

E poi, naturalmente, ça va sans dire, la balena bianca: l’inconoscibile, misteriosa, l’inafferrabile concretizzazione, viva e pulsante, di un io volutamente iper-esteso, ossia il ricettacolo, fattivo, emotivo e intellettuale,  di tutti i desideri umani.

Oggi, dopo 161 anni dalla pubblicazione di quello che è diventato il capolavoro indiscusso di Herman Melville, possiamo affermare ancora, senza tema di smentite, che l’umanità intera continua a essere perdutamente in cerca di una propria, personalissima, balena bianca.