Narratori senza lingua

Quando mi capita di leggere un’intervista a qualche narratore italiano, magari di età compresa tra i trenta e i cinquanta anni, sento spesso citare fonti di ispirazione tra le più variegate: dalle fiction televisive americane ai fumetti belgi, dalla musica new wave ai cartoni animati giapponesi. Ogni tanto – incredibile dictu! – salta fuori pure il nome di qualche scrittore, ma la lista pare sempre prevedere i soliti nomi (David Foster Wallace e Philip Roth), magari conditi con quelli della narrativa di genere (Joe Lansdale o James Ellroy, per esempio).

Insomma, gente che scrive in lingua italiana legge soprattutto narrativa straniera, americana in primis, per lo più in traduzione. Si dirà che è normale: viviamo in un mondo globalizzato, dunque non c’è nulla di cui meravigliarsi. Vero, ma  le implicazioni linguistiche di un fenomeno del genere (già oggetto di studio da parte degli specialisti) sono ovvie e tutt’altro che trascurabili. Il risultato è infatti un italiano diafano, poco articolato, tutto concentrato sulle necessità del racconto e per nulla attento agli snodi interni della lingua. A dirla tutta, forzando un po’ i termini della questione, si assiste a una perdita d’identità della lingua letteraria italiana. È come se dalle funzioni del linguaggio di Jakobson fosse scomparsa quella poetica, a vantaggio in particolare della conativa e della referenziale.

A me, però, colpisce anche un’altra cosa. Mi stupirei, anzi persino mi preoccuperei, se un narratore di oggi dichiarasse di rifarsi a Manzoni o a Verga, tuttavia ho sovente la sensazione che molti dei narratori miei contemporanei non siano mai inciampati nemmeno sugli scrittori che hanno fatto il nostro Novecento, al di là del Calvino e del Pirandello d’ordinanza, letti a scuola.

Mi chiedo: ma c’è qualcuno che legge ancora Volponi, Malerba, Fenoglio, Tozzi, per fare i primi nomi che mi vengono in mente? Non è che il rapporto con la tradizione sia indispensabile, però è un indicatore. Scrivere implica, prima di ogni altra cosa, l’uso e la manipolazione di una determinata lingua, nonché il rapporto con la storia che contrassegna quella lingua; se si dimentica questo, si dimentica tutto. Anche e soprattutto la storia.

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