irReality


Leggo di commossi applausi a scena aperta, di munifiche premiazioni all’ultimo Festival di Cannes, nonché di arditissimi paragoni intellettuali con Gomorra, il precedente film del giovane italiano Matteo Garrone.

Giovane perché italiano, sottolineerei, dacché Garrone ha già superato ampiamente i quarant’anni (classe 1968, anni ruggenti, parrebbe) ma nonostante ciò non smette d’essere considerato, da un certo pubblico di gauche caviar della prima fila, una sorta di enfant prodige della regia cinematografica contemporanea.

M’incuriosisco, dunque, e, nonostante le iniziali resistenze, decido di andare a vedere di cosa si tratta. Di cosa si tratta, sostanzialmente, ancora non so se l’ho ben capito.

È certamente un film molto ben concepito, ottima la fotografia, le scelte di campo, i colori visceralmente nitidi, l’indugio forte e particolareggiato su dettagli allegorici e all’apparenza pressoché fortuiti.

È un film intelligente, girato con una certa cura per le ambientazioni, i costumi, l’uso dialettale ben sincronizzato con l’espressività casalinga dei nuovi poveri, mi si passi il termine, che popolano il sottobosco partenopeo odierno.

È un film che strizza ancora l’occhio alla miseria, giochicchiando parossisticamente con un’indigenza coatta e macilenta, tutta costruita su sogni infranti e aspirazioni non retribuite, protratte in una quotidianità precaria ma non certo dimessa, anzi, semmai ancora più strillona e faceta di quanto la si riesca a concepire realisticamente.

Perché anche di questo si tratta, come si evince espressamente dal titolo: della percezione vagamente ideologica della realtà, trasposta in chiave un po’ naif, un po’ romantica, certo, ma soprattutto in vertiginosa corsa verso la psicopatologia più spinta e irrecuperabile di quello che si presume essere l’uomo medio moderno.

Ora, pur volendo soprassedere sul concetto di uomo medio, che è sempre qualcosa di assai urticante, a mio avviso, ho comunque trovato questo Reality troppo poco surreale per risultare almeno credibile, sia come critica sociale del nostro tempo, sia come spaccato antropologico localizzato, sia, da ultimo, come riflessione profonda sul processo di manipolazione mediatica che ci vorrebbe tutti vittime, oggi più che mai, di una certa fascinazione indotta di usi e costumi instupiditi e sfacciatamente pecorecci.

Come se fossimo tutti in corsa per avere un posto al sole in tv! Come se un pescivendolo napoletano non facesse già abbastanza fatica ad arrivare alla fine del mese, o della settimana, per giunta, e avesse tempo e modo di inseguire i sogni di gloria degli epigoni dell’immondezzaio modaiolo e discotecaro post berlusconiano! Ma poi, qualora fosse, che senso avrebbe accanirsi sulle derive comportamentali sempliciotte di un aspirante borghese piccolo piccolo?

Mi sembrano altre le preoccupazioni, pur volendo scandagliare il dorato mondo del facile successo televisivo e del repentino cambio di prospettive che questo sogno, specificherei assolutamente imposto dall’alto, parrebbe causare alla succitata gente comune.

Mi sembra di fare il gioco del potente impresario di turno, assecondando questa bagarre di speranze matte e disperatissime. “Farò di te una star!” non è quello che vogliono davvero sentirsi dire le persone, oggi. Non più, almeno. “Non ti toglierò la pensione”, per esempio, o “Ti rinnoverò il contratto a progetto”, bene che vada, questo sì.

È ora di smetterla di far finta di pensare che l’uomo medio non fa che inseguire la fama, la gloria e le ospitate nei salotti bene della tv di quart’ordine. Forse c’è stato, sì, un periodo di confusione narcisistica che ha tangenzialmente accarezzato simili aspettative, lo concedo pure, ma a me sembra che si sia poi andati davvero oltre.

Mi sembra, da ultimo, inutilmente intellettualistico lo sguardo di un regista “popolare” che focalizza l’attenzione sui suoi contemporanei, trattandoli alla stregua di tante formichine impazzite, alacremente affaccendate nella blanda ricerca di un pietoso nulla, senza poi affondare il colpo con la dovuta ironia, a mio avviso, e prendendosi anche un po’ troppo sul serio.

Pregevole però, resta da dire, la scena finale, che simboleggia davvero tutto il film: una fioca luce fittizia nel buio pesto della vera realtà.