I fuoriusciti. Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette

«Disegnavo perché il mondo mi amasse,

e in seguito rivolsi contro me stesso l’ironia dei

miei disegni, perché io non riuscivo ad amarlo».

Howard Jacobson

Michele Lupo pubblica nel 2010, per la Stilo Editrice, una raccolta di sei racconti “eroicomici”, in perfetto equilibrio tra una spigliata indole malinconica e un’ironia feroce e oculata.

Sei accenni di vita accelerata, rallentata, sempre e comunque ipervissuta, che si articolano in altrettante prospettive di fuga dal contesto reale o irreale percepito, sia dai protagonisti che dall’autore stesso, e che concorrono ad assecondare una narrazione intelligente e giocosa, viscerale e al contempo quasi scientifica nel suo intento d’indagine, evolvendo in una semiotica beffarda e commovente, che è in grado di farsi trasposizione icastica dei più intimi processi ragionativi degli uomini e delle donne di oggi.

Uomini che si ritrovano a combattere con l’emblematica precarietà, economica e familiare, del sopravvivere quotidiano; uomini che mal celano dubbi spirituali, malanimi febbrili, nostalgie di passate aspirazioni mai concretizzate, ansiose aspettative riposte in un futuro che sembra non dover arrivare più.

Dietro certe sue strane accelerazioni verso il disastro c’era una pulsione che non riusciva a controllare. Forse anticipare una catastrofe gli dava l’illusione di addomesticarla. (Il babysitter)

E donne, certamente, con la loro dispersione affettiva perenne, atteggiamento infausto, che presto finisce per mutarsi in pura disperazione emozionale per chi le circonda; donne che si aggrappano disperatamente all’immagine che avrebbero voluto dare agli altri, giocando con gli sguardi e con le parole, pur restando pedine inconsapevoli di una partita impari con lo scorrere di un’esistenza affaticata, senza stimoli plausibili né sbocchi d’azione abbastanza accattivanti.

Pensi ora va meglio, ora te ne stai un po’ per i cavoli tuoi. Chissà, metti ti viene voglia di iniziare qualcosa. Metti che in un paio d’ore riesci a decidere se alzarti o no. (Congedo)

Michele Lupo, con questi racconti, non intende certo fornirci escamotages letterari che ci preservino dall’insensatezza panica del vivere comune, né tantomeno ci presenta un breviario comportamentale passibile di emulazione, o che funga da contraltare teorico all’irrazionalità dei gesti e dei sensi più intimi che pertengono a ciascuno di noi.

Il messaggio ultimo del libro, semmai, sembra tutto mirabilmente racchiuso in un’unica affermazione, semplice e spiazzante al tempo stesso, che ricollega a filo doppio lettori e personaggi, esperienza e narrazione, “integrati” e “fuoriusciti”, in una sorta di autobiografia del vivere sociale, condensata e trasposta nella figura dell’autore, che scrive appunto, rivolgendosi prevalentemente a se stesso:

Comporre in storie plausibili l’affaccendarsi altrui non è solo un modo di favoleggiare sul mondo: spera che gli altri gli suggeriscano un metodo o una concretezza maggiore di quella di cui dispone lui… dio, è presto per farla finita.