Perché non ci piace pensare

Un libro non si legge, si scrive.
Una causa non si indaga, si sposa.
Un’opinione non si sviscera, si sensibilizza.
Un commento non si pondera, si pubblica.
Un’affermazione non si contestualizza, si diffonde.
Un giornalista non informa, twitta.
Lo stesso dicasi per una velina.
Una musica non si ascolta, si condivide.
Un partito non si costituisce, si prende.
Un’opera non si critica, si accusa.
Lo stesso dicasi per una persona.
Un linguaggio non si articola, si adotta.
Una storia non si studia, si manipola.
Un’esperienza non si ricorda, si somatizza.
La paura non si affronta, si cronicizza.
Uno spettacolo non si guarda, si applaude.
Lo stesso dicasi per qualunque avvenimento pubblico.
I pomodori non si mangiano, si lanciano.
Nemmeno più quello, cioè.
Una manifestazione non si organizza, gas.
Un collettivo non si riunisce, si autoproclama.
Un’epidemia si diffonde, non si previene.
Tutte le misure sono cautelative.
«Canalizza il tuo astio verso qualcosa di più costruttivo».
L’ardore non si esperisce, si catalizza.
I corpi non vanno trascurati, è l’estetica.
Lo stesso dicasi per il martirio.
Una sostanza non si analizza, si testa.
La testa, no.