26 settembre 1940

Esther Suriñach

Fino a poco tempo fa, siccome i binari iberici sono più larghi del resto d’Europa, chi voleva conoscere il mondo oltre i Pirenei in treno (o viceversa), a un certo punto doveva per forza trasbordare.

Gli spagnoli del centro e del nord passavano da Irun. Noi catalani, levantini e meridionali scendevamo a Portbou, superavamo un controllo passaporti che non esiste più e che ti accelerava il cuore come fossi un contrabbandiere e poi dovevamo attendere un treno SNCF, infinitamente più moderno ed evoluto. E al rientro, sole e vigneti che ti accoglievano di nuovo a casa.

Portbou si trova nell’estremo nordest della Catalogna. È un paesino di pescatori e Guardia Civil, mica tanto attrezzato per il turismo. Un posto pieno di curve in una terra dura e pelata.

Portbou, dove i monti baciano il mare, è costantemente battuto dalla tramontana e da tante storie, la maggior parte tristi, come in ogni terra di confine. Se ti fermi lì ti viene subito voglia di scappare altrove, c’è un’angoscia accumulata nell’aria, forse. Anche se brutto non è, e ci sono più di mille abitanti in pianta stabile che non la pensano come me, per fortuna.

Il 26 settembre 1940, nella stanza numero 4 dell’Hotel Francia di Portbou (ormai scomparso), Walter Benjamin, filosofo e scrittore tedesco, fa qualche chiamata al telefono, prende della morfina procurata a Marsiglia e l’indomani viene trovato morto nel letto. Aveva 48 anni e scappava dalle persecuzioni contro gli ebrei, nei tempi in cui il dolore non risparmiava nessuno.

L’anno prima, quel torturato confine aveva visto fuggire in senso opposto i perdenti della guerra civile spagnola, in un esodo terribile verso un continente con la guerra alle porte. Pochi chilometri più su, nella stessa costa, nella Collioure francese, c’è la tomba di Antonio Machado.

Un’altra cosa speciale che c’è a Portbou, dimenticavo, è il cimitero, costruito su uno scoglio mozzafiato dove i morti si godono un’ottima vista sul mare.

Walter Benjamin fu seppellito dagli amici, compagni di viaggio che pagarono le spese al comune per cinque anni. Dopodiché non si sa che fine abbiano fatto il suo corpo e la valigia con i suoi documenti.

Solo cinquant’anni dopo i governi catalano e tedesco decisero di fargli un monumento, che non è nemmeno conosciuto dalla maggior parte della gente. È il memorial dell’artista israeliano Dani Karavan, inaugurato nel 1994.

Benjamin si arrese il giorno prima che gli arrivasse il visto per imbarcarsi verso gli Stati Uniti. Se non avesse ceduto alla disperazione che si portava addosso, il mondo avrebbe avuto la sua saggezza ancora per decenni. Se non si fosse suicidato avrebbe trovato l’America, forse. E io non avrei conosciuto il blog di questi critici romani, che amano i libri e la libertà come lui, e hanno avuto la strana idea di prendere il nome di un paese sciagurato dove muore la mia costa catalana.