“Odi” et Amo

Nel 2011 è stato pubblicato dalla Miraggi Edizioni un simpatico volumetto poetico, dal titolo tanto accattivante quanto pericolosamente assimilabile ad un ennesimo sequel del brutto capolavoro narratologico di Federico Moccia.

Ti amo ma posso spiegarti, dunque, porta la firma di Guido Catalano, poeta e performer dell’area torinese, uno di quei tipici quarantenni dall’apparenza sbruffona e assai gioviale, che forse non sarà proprio il classico fine erudito – come mi vien da pensare – ma che però/perciò merita che gli si tributi una qualche critica attenzione.

Prendo dunque questo libretto un po’ per celia, un po’ per curiosità: voglio vedere fino a che punto si spinge la presa in giro del corrivo romanticismo poetico italiano, cerco di capire se per caso trattasi dell’ennesimo esperimento di marketing, seppure blandamente camuffato da satira sociale impenitente.

Insomma, com’è come non è, il gioco tutto sommato non mi dispiace, anzi, mi attira.

Scopro subito con piacere, fin dalle prime e sapientissime pagine, di non trovarmi affatto al cospetto di uno scribacchino improvvisato, e m’immergo soddisfatta nel buon gusto di una sana ironia dialettica, abbastanza scevra dalle già troppo abusate architetture retoriche, coadiuvata da una scrittura che meno ammicca alla facile risata di quanto io stessa mi fossi aspettata, sebbene l’autore stesso tenda a tratti a dar di gomito al poco più che ingenuo lettore.

Interessante e da citare, a questo punto, proprio il Preambolo dell’Autore, che ammonisce, fra le altre cose:

In questo libro si parla parecchio d’amore. Io parlo d’amore soprattutto per iscritto. A voce meno perché ho bisogno di pensarci su. Un po’ come quando uno si trova a litigare con una persona e dopo non si sente soddisfatto. Poi a casa dice: «Accidenti avrei dovuto dirgli questo e quest’altro!». Ma ormai è troppo tardi.

Io scrivo d’amore anche perché la gente pensi che sono sensibilissimo.

Lo sono, in effetti.

Il mio film preferito d’amore è Love Story.

È l’unico film d’amore che mi son pianto nelle orecchie.

 

L’intento di Guido Catalano si svela subito, in questa raccolta, come una sorta di esperimento dialogico perenne, che sappia mettere in comunicazione la parte interna con quella esterna di ogni entità ragionativa autocosciente, riuscendo così a tracciare delle diffratte rotte di collisione fra le varie e variopinte alterità che popolano il teatrino della nostra vita contemporanea, sentimentale e non.

I nostri atteggiamenti quotidiani, il consueto fare e ardire umano, vengono con levità tratteggiati, seguendo un’insolita forma poetica e narrativa insieme, estremamente attenta al contesto linguistico generazionale, volta alla restituzione di un’immagine topografica specularmente surreale, che è tipica delle maschere circensi, benché non risulti quasi mai stereotipata; o meglio, di certo non risulta mai stereotipata alla maniera omologante che i canoni estetici e mediatici vorrebbero imporre alla nostra individualità, già bellamente altalenante e dissociata in nuce.

Tra sonetti vintage e scambi di battute auspicabili, dunque, i protagonisti di questa brillante anti-storia d’amore si intersecano e si rincorrono senza sosta, fino a svelarsi intimamente compresenti in un’unica grande allegoria esistenziale, che è quella, sembra del tutto ovvio, della ricerca di una qualche dimensione artistica e della presunta e vera conoscenza di sé.