Alles Gute zum Geburtstag, Herr Herzog!

«Le cose stanno così: ormai restano poche immagini.
Osservando il panorama da qui, si vedono solo edifici, le immagini non sono più possibili.
Bisognerebbe come un archeologo cominciare a scavare con una vanga per riuscire a trovare qualcosa da questo paesaggio offeso. Infatti io non mostro mai questo genere di cose.
Oggi ci sono pochissime persone in questo mondo che lottano per il bisogno di immagini adeguate.
Abbiamo assolutamente bisogno di immagini che si armonizzano con la nostra civiltà e il nostro profondo intimo.
A volte bisogna affrontare una lotta dura per ottenerle.
lo non mi lamento del fatto che spesso si deve salire una montagna alta 8.000 metri per trovare delle immagini pure, chiare e trasparenti.
Qui non c’è più niente.
Bisogna cercare bene, andrei anche su Marte o Saturno se un’astronave mi ci portasse.
Esiste per esempio un programma della NASA che vuole creare un laboratorio spaziale e portarvi dei biologi e persone che vogliano provare nuovi strumenti tecnologici e io vorrei essere presente con una cinepresa.
Su questa terra è difficile trovare una trasparenza delle immagini che una volta era presente. lo andrei ovunque per trovarla».

È da quel pomeriggio del lontano 1986 in cui vidi Tokyo-Ga che sono convinto che forse nulla compendia e spiega il cinema di Werner Herzog meglio di queste parole pronunciate dall’alto della Tokyo Tower.

In fondo c’è tutto: il titanismo, la ricerca di una natura estrema (i ghiacciai, la foresta pluviale, il deserto…), la visionarietà, cioè la costruzione di vere e proprie visioni a partire da immagini “reali” (se in vita mia ho “visto” un miraggio lo devo proprio a Herzog, al suo memorabile Fata Morgana).

Immagini, dice Herzog, appunto; non storie. Perché è in fondo questo quel che gli è sempre interessato, tanto che, nella sua produzione, è difficile distinguere tra fiction e documentario, due generi filmici che si intersecano di continuo (basta vedere La ballata di Stroszek oppure L’ignoto spazio profondo per rendersene conto). Ciò che conta davvero è la ekstatische Wahrheit, la verità estatica, come la chiama lo stesso Herzog, quella che sta al di là dei semplici fatti, di quei dati empirici che vengono incessantemente riutilizzati o rivoltati come un guanto. Solo così, forse, si comprende perché in Fitzcarraldo non si utilizzò – perché non si poteva utilizzare – un modellino, come avrebbero voluto, nemmeno troppo ingenuamente, i produttori americani. Scrive infatti il regista in La conquista dell’inutile, fondamentale diario di un’esperienza non solo cinematografica: «Oggi, mercoledì 4 novembre 1981, poco dopo mezzogiorno, siamo riusciti a portare la nave dal Río Camisea al Río Urubamba facendole valicare una montagna. Tutto quello che c’è da dire è questo: io vi ho preso parte». Il cinema come esperienza, tanto dell’artefice quanto dello spettatore. Oppure, volendo, il cinema – in quanto realizzazione di visioni – come sfida, ricerca incessante, giacché ricercare è più importante di mostrare.

È probabilmente questo che fa del regista tedesco l’estrema incarnazione del Romanticismo. E allora ecco quegli strani eroi che popolano i suoi film: folli, allucinati, “diversi”. Se è difficile dimenticare la nave sulla montagna o le isole Skellig di Cuore di vetro, è addirittura impossibile cancellare dalla memoria Fitzcarraldo o Kaspar Hauser, protagonista, quest’ultimo, di un film dal titolo tanto bello quanto terribile (Jeder für sich und Gott gegen alle, «ognuno per sé e Dio contro tutti»), totalmente scempiato nella banale traduzione italiana.

Solo chi guarda con occhi diversi può trovare immagini pure.