La militanza non è una strategia per trovare marito

Il rientro dalle vacanze, si sa, è traumatico quasi sempre per quasi tutti. Lo è poi ancor di più per chi non sa ancora bene esattamente in quale tipo di quotidianità ricominciare ad arrabattarsi.

Questo, sia chiaro fin da subito, non vuole essere un semplice sfogo privato, sebbene l’autobiografia del momento risulterà certamente esemplificativa della questione paradigmatica che vado esponendo in queste poche righe.

Parliamo di militanza. Parliamo dell’ingestibile mole di scrittori e/o aspiranti tali che intasa quotidianamente la posta (elettronica e non) di blogger alle prime armi, di recensionisti alacri dell’ultimo minuto, di critici letterari il cui statuto ontologico è legittimato solo da un certo blando titolo accademico che parrebbe testimoniarlo, e via discorrendo.

Tutti scrittori e/o aspiranti tali pronti a giurare sul pregio della loro silloge, del loro romanzo d’esordio, o peggio, della loro diciassettesima plaquette pubblicata con l’ultima delle più ignote case editrici a pagamento della provincia italica.

Cosa vogliono, questi artistoidi non prezzolati? Cosa cercano, cosa si aspettano dallo sconosciuto signor x al quale si rivolgono con tanto zelo, cotidie? Basta loro un benché minimo spicchio di visibilità, un link preimpostato sul social network della dimenticanza fast and furious, un surrogato di placido riconoscimento para letterario, a garantire l’illusione di diffondere il verbo culturale oltre i limiti del cortiletto familiare? Fin qui, non ci sarebbe neanche troppo da stupirsi.

Ma cosa sono disposti a dare, in cambio del sogno di gloria, questi splendidi martiri del sottobosco poetico e narrativo contemporaneo? Noia.

Gli affamatissimi pseudo scrittori del momento sono soliti rivolgersi al critico di turno come se fosse quasi un obbligo morale per quest’ultimo occuparsi di loro; i più accaniti affabulatori contattano il recensionista assoldato (sia chiaro, senza la minima ombra di soldo!) più e più volte al mese, a settimana, al giorno, pretendendo di parlare a qualunque ora delle varianti filologiche delle loro ultime sfavillanti creazioni, come se non se ne potesse proprio fare a meno, o anche semplicemente del tempo, dei gusti musicali e dell’immancabile asprezza della vita moderna.

Ma i peggiori sono senza dubbio quelli che s’impegnano a mescolare beceramente il dato professionale con quello privato, innestando o anzi già presumendo di poterci riuscire solo a partire dalla forte autostima artistica che paiono nutrire senza tema di smentite, tutta una serie di rapporti collaterali e nevrotici col lettore al quale sottopongono la loro opera. A maggior ragione, poi, quando si tratta di una lettrice.

Questi scrittori, (che sono la stragrande maggioranza, fidatevi!) pensano di risarcire il critico di riferimento con un blando corteggiamento da commedia all’italiana anni 50. Chi ha più stile (pochi, ma non in numero abbastanza irrilevante, ahinoi) riesce persino a camuffare il tutto con reiterati vezzeggiamenti tardo romantici, che poi sfociano inevitabilmente in paradossali scenate di gelosia da divetta isterica, allor quando si rendono conto di non essere l’unico faro nella nebbia della produzione letteraria contemporanea, nemmeno per il lettore/la lettrice adeguatamente circuita. Eppure s’erano tanto impegnati!

Il punto è sempre lo stesso: la serenità di poter svolgere la propria professione. Il riconoscimento, intellettuale prima ancora che monetario, delle ore passate a leggere manoscritti, a editare, a tradurre, a moltiplicare, appuntare, recensire, a riordinare, catalogare e sottotitolare tutto il materiale che ci passa sottomano. La libertà di allontanarsi dal computer per più di una settimana, o di non rispondere al cellulare per tre giorni, senza dover fare i conti con un faceto senso di colpa, e soprattutto senza tema di piagnistei o ulteriori presunti cataclismi esterni.

Perché la militanza è un lavoro serio, e come tale andrebbe considerata. E rispettata.

Quando analizzo un libro su una rivista, o presento un autore in un festival, o scrivo una prefazione a un’opera, non mi aspetto di dover essere per forza invitata a cena o a un concerto, né di ricevere melensi sms notturni, dacché non sto minimamente attuando una strategia per trovare marito prima del tintinnio dell’orologio biologico.

Mi piacerebbe, altresì, aspettarmi una professionalizzazione di qualche tipo, e non parlo di rimborso economico, sia mai che l’intelletto non vada di pari passo con la fame, in questo paese in cui i fondi per la cultura vengono elargiti al festival della pizza (Alemanno docet).

Sarebbe bello se il lavoro intellettuale fosse valutato per quello che realmente è, e non considerato alla stregua di una sorta di mania di protagonismo retrò, buona al più per quei disadattati sociali che non sono riusciti a superare la selezione dell’ultimo reality danzereccio in tv.

Sarebbe bello se tutto questo non fosse già stato detto e ridetto, scritto, gridato, spiattellato e sottolineato già da tempo, e se la situazione potesse realmente volgere al meglio, per una volta.

In una società come la nostra, cosa resta ai giovani che vogliono cimentarsi nel lavoro intellettuale? Lasciar perdere la militanza e spedire il c.v. al negozio di scarpe vicino casa? Io, dal canto mio, sto seriamente pensandoci su.

Tutti i miei cari scribacchini corteggianti passerebbero senza batter ciglio all’imbonimento spietato della prossima signorinetta occhialuta con le paturnie poetiche, e io verrei certamente allontanata dal negozio di scarpe dopo qualche mese, con l’accusa di furto.

Evviva, si ricomincia.