Trattamento Fine Accademia

Ci risiamo:  si rialzano le temperature, si rialza lo spread, si rialza il polverone sul dorato mondo accademico e, più in generale, sul debordante precariato italiano.

Luglio è stato un mese ancora una volta intenso, in quanto a dibattiti e polemiche in materia di riforme fiscali. Oggi, su tutti i maggiori quotidiani nazionali, leggiamo notizie assai sconfortanti sul rincaro esponenziale (si tratterebbe quasi del doppio, rispetto agli anni precedenti!) delle tasse universitarie che dovranno pagare i poveri studenti fuori corso.

O meglio, nella maggior parte dei casi, che le (ormai) povere famiglie degli studenti fuori corso si troveranno a dover pagare dal prossimo anno accademico, nella speranza di contribuire a garantire un futuro dignitoso, almeno sotto il piano culturale e professionale, ai propri figli.

Figli che poi, una volta laureati, con in tasca il benemerito riconoscimento al valore della loro (anche brillante, perché no?) carriera accademica, potranno magari scegliere di riversarsi in massa a rimpinguare le già più che stipate liste ministeriali dei concorsi pubblici italiani.

E allora sì che inizierà il divertimento!

A luglio, dicevamo, oltre che dagli anticicloni africani coi più fantasiosi nomi mitologici, la penisola è stata attraversata dal temibilissimo concorso di ammissione per il Tfa, il cosiddetto Tirocinio Formativo Attivo, che consente agli aspiranti docenti ritenuti idonei di ottenere la gratificante abilitazione per l’insegnamento, dopo solo un anno di ulteriori lezioni e un modico investimento a fondo perduto del valore di 2500euro, da versare allo Stato in un massimo di due rate.

Ma non è sembrata forse già abbastanza triviale la situazione succitata, né tanto paradossale l’ingorgo informe di pre-docenti, rimasti – come ormai si suol dire – “congelati” dopo la chiusura delle SISS (le scuole di specializzazione per l’insegnamento, appunto)

Per rendere un po’ più pepato lo sconfortante quadro del precariato culturale italiano, s’è sentito il bisogno di somministrare un test pre-selettivo, severo e intransigente, all’altezza di un vero e proprio regime del terrore (culturale, sempre; solo culturale!)

Ecco dunque, all’uopo censorio, sessanta domande, formulate sulla base di un disperante quanto assolutamente disutile nozionismo di ritorno; domande, peraltro, infarcite di errori, sia nella formulazione stessa dei quesiti, che nelle varie opzioni di scelta delle risposte.

Nient’altro che un quiz para-televisivo, totalmente inadatto a valutare la benché minima preparazione interdisciplinare dei candidati, che, invero, sono stati molto numerosi e di natura assai sfaccettata: c’era l’insegnante di scuola privata che esercita con paghe da fame da ben 15 anni, il giovanotto di belle speranze appena laureato cum laude, la tranquilla mamma di famiglia, il ricercatore nevrotico…

C’ero anch’io, ça va sans dire, col mio fin troppo ordinato fogliettino delle risposte casuali, a interrogarmi sulla vera utilità di tutta questa pantomima barbarica e spersonalizzante, e a rammaricarmi per gli esiti sociologici di quella che è, a tutti gli effetti, una straniante follia collettiva indotta.

Alla fine, pochissimi potranno dire di avercela fatta. E il gergo militaresco non è purtroppo così tanto iperbolico. Molti atenei sono già in assetto da rivolta (magari!) per l’esiguo numero dei candidati che ha superato la prova, e che quindi può sperare di accedere al vero test di ammissione, che consisterà in una prova scritta seguita da un esame orale, da sostenere il prossimo autunno.

Ma il vero tirocinio formativo attivo, si sa e non va dimenticato, è proprio quello che svolgiamo, con zelo, quotidianamente: è alzarsi ogni mattina e arrabattarsi il più possibile per preservare una solida dignità umana, che sappia dimostrarsi valida, poi, anche in campo culturale e professionale.

Per far questo, in realtà, siamo già tutti idonei.