Ed è subito critica

«Dal commento di una lettrice su Amazon».

Tanto è bastato per sollevare l’ultima, orgogliosa reprimenda del vittimismo cultural-mediatico, certo, rimasta poi sopita nel circoletto intransigente degli addetti ai lavori della nostra bella letteratura contemporanea.

Sette parole virgolettate, ed è subito critica.

Sette parole, invero, stampate a scopo promozionale sulla quarta di copertina di Rosa candida (Einaudi), il terzo romanzo della scrittrice islandese Audur Ava Olafsdottir.

Filippo La Porta, sulle pagine del «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, non ha mancato di sottolineare l’accaduto con una noticina a suo modo non priva di enfasi.

È la fine della critica, o almeno di qualsiasi pretesa di autorevolezza e prestigio della critica tradizionale. Quello che certifica socialmente la qualità di un romanzo non è il parere di un critico letterario, di un «esperto» – figura ormai obsoleta, verso la quale anzi si tende a nutrire una certa diffidenza (anche i critici infatti sono una casta incline a autoriprodursi, con i propri privilegi e poteri, usano un gergo corporativo) -, ma il commento estemporaneo in Rete dell’uomo qualunque, commento che soprattutto ha l’aria di essere molto viscerale e che viene formulato in modo enfatico, irresistibilmente ingenuo («un libro più grande della vita…»).

Non pochi gli nterrogativi, diremmo così, sociali e professionali, che nascono da questa riflessione.

Innanzi tutto, per non restare sempre ancorati alla speculazione – alquanto sterile – sulla ghettizzazione o meno della cultura contemporanea, e sulla quasi più sbiadita figura del critico canonizzato quale depositario di immarcescibili verità, mi soffermerei sull’ultimo aspetto riportato in questo breve estratto: l’ingenuità.

Il commento dell’«uomo qualunque», infatti, è tanto viscerale e commosso, tanto esaltante o denigratorio, quanto quello del «critico riconosciuto» è spesso affettato e prolisso, compassato e ipertecnico.

Chiaramente, come sa bene anche La Porta, qui non si sta parlando di studio e competenze specifiche da applicare a un libro in sé, ma del prototipo di uno spot pubblicitario per il prodotto editoriale che si intende vendere, col quale si intende raggiungere (economicamente, prima di tutto!) il maggior numero di persone possibile (se lettori, poi, meglio ancora).

È triste che per far questo bisogna abbassare il livello culturale e retorico di una quarta di copertina? Forse, certo, ma non più dell’abbassamento stilistico e linguistico già avvenuto, molto probabilmente, da tempo, nella stessa scrittura e composizione della maggior parte degli autori odierni.

Del resto, ogni attività ha la sua sede. Se facciamo spesa al supermercato e leggiamo le indicazioni sulle confezioni dei prodotti, raramente troviamo la millimetrica distinzione degli ingredienti chimici e fisici che compongono l’alimento, bensì, per lo più, delle semplificazioni sommarie (a scopo promozionale, sempre!) sulle proprietà organolettiche di quello che stiamo acquistando.

E, per carità, che nessun perito si senta discriminato, messo alla berlina, alla deriva…

Il problema, dunque, non mi sembra davvero lo svilimento della critica cattedratica (se ancora esiste, e in quale forma), o per lo meno non per quanto riguarda quest’increscioso episodio del commento riportato dal lettore anonimo.

Il punto forse, semmai, è questo viscerale bisogno di empatia che sembra continuare a governare le nostre azioni, i nostri gusti (editoriali e non), le nostre aspettative.

Perché abbiamo bisogno dell’enfasi del dirci accattivati? Perché ci sembra sempre più spontanea e veritiera un’esclamazione romantica rispetto a un’esposizione sapiente e meticolosa?

Non è veramente la semplicità quella che ricerchiamo, secondo me, in situazioni del genere. È l’ingenuità, quella altrui. Quella che ci fa sentire padroni di noi stessi, del mercato editoriale come di quello ortofrutticolo, che ci fa sollevare le spalle e scuotere la testa compiaciuti, perché noi avremmo saputo scrivere «straniante» laddove la lettrice anonima di Amazon ha scritto «più grande della vita».

E allora magari lo compriamo il libro, a discapito della critica riconosciuta, che ci parla di certe «categorie» che non si capiscono fino in fondo, e ci dovremmo rimettere tutti a studiare, e alla fine meglio restare nell’anonimato. Critico. Sociale. Ingenuo, ma non troppo.