Semplice è difficile

Questa mattina sono entrata in un bar, per ristorarmi un poco dalla canicola del luglio romano.

Tra i pasticcini da asporto e le chicche calcistiche al bancone, la mia attenzione è stata velocemente catturata da due uomini sulla sessantina, compassati, in maniche di camicia.

Uno diceva all’altro: «Ho appena finito di rileggere quel romanzo di Camus, Lo straniero. L’ho trovato di una semplicità estrema, elementare.»

L’altro annuiva, compiaciuto, e finiva di mescolare lo zucchero nel caffè.

Questo brandello di conversazione rubata ha subito aperto in me vari interrogativi.

Innanzi tutto, la dialettica controversa dell’esperienza, l’aggressività ragionativa e l’espressività letteraria di Albert Camus riescono con pochissimo agio a sembrarmi elementari.

Ricordo, ad esempio, di aver letto La peste nella primissima adolescenza e di aver fatto veramente una gran fatica a seguirne con esattezza l’articolata fraseologia, nonché ovviamente a entrare nel merito della sferzante critica sociale che l’autore stesso stava mettendo in piedi.

Ma poi, vogliamo parlare dello Straniero, nello specifico? Un libro che affronta i temi più brucianti dell’esistenza umana: l’impressione della morte, il rapporto complesso con la madre, la brutalità del crimine, l’isolamento della prigionia, l’ostinato rifiuto della panacea religiosa, lo scontro con l’ineluttabile.

È certamente un romanzo passibile di una grande varietà di giudizi critici, lungi da me negare questo inalienabile diritto all’estetica del gusto (Camus non è neppure tra i miei scrittori “preferiti”, se così vogliamo dire!), ma da qui ad archiviarne l’intera intelaiatura letteraria con tale pretesa di noncuranza, mi sembra avanzi perlomeno qualche altra riflessione da compiere.

Alla fine, il dubbio che non sono proprio riuscita a fugare, è stato: che cosa intendeva, quell’uomo, parlando di «semplicità estrema»? Cos’è difficile da leggere, per lui: un poemetto in endecasillabi sciolti, una prosa neo-sperimentale, un manifesto post-avanguardista? E quali temi sono ostici da trattare, dunque, se non il rapporto dell’essere umano con l’intero universo? Forse la pronosticata risalita dello spread si presterebbe, per lui, a una lettura più audace?

Queste domande ne racchiudono, a ben vedere, solo una: siamo ancora così tanto impantanati nel gergo/gorgo della “difficoltà” quale metro di giudizio preponderante, che ci aiuti a distinguere e valutare degnamente un capolavoro artistico?

Ho pagato il mio tè freddo e sono uscita dal bar, invero, senza ancora una risposta.