Un solo Colosseo e un solo Pantheon

Nel 1859, Oliver Wendell Holmes commentava ironicamente la trasformazione della memoria, privata e collettiva, e la diversa percezione del passato e della storia, in seguito all’avvento dell’arte fotografica:

La forma si è separata dalla materia. Infatti, la materia come oggetto visibile non è più di grande utilità, eccetto che per la forma in cui è plasmata. Dateci pochi negativi di una cosa degna di vedersi, presi da differenti punti di vista, e questo è tutto quello che vogliamo. Gettatela via o bruciatela, se volete (…). Esiste un solo Colosseo e un solo Pantheon; ma quanti milioni di negativi hanno diffuso – miliardi di immagini potenziali – da quando sono stati costruiti. La materia di grande massa deve sempre rimanere ferma e stabile; la forma è economica e trasportabile.

La riproduzione seriale su vasta scala di oggetti e fenomeni artistici ha certamente giocato un ruolo sostanziale nell’evoluzione semiotica e concettuale dell’opera stessa.

L’organizzazione da parte dell’autore e la fruizione da parte del pubblico sono perciò radicalmente mutati, come ben sappiamo, nell’ultimo secolo, e continuano a mutarsi instancabilmente per stare al passo con l’evoluzione tecnologica.

Penso al web come fonte principale di scambio e di informazione culturale, alla volatilizzazione dell’oggetto-libro cartaceo in favore dei nascenti supporti digitali, penso all’e-reader e alle varie forme di book sharing in rete. E, per ricollegarmi all’incipit fotografico, al ruolo tutt’affatto secondario che svolge l’immagine nella società odierna.

Non si tratta (solamente!) del solito discorso nevrotico sull’ostentazione delle apparenze quale anticamera dell’ennesima spinta all’auto-affermazione dell’io.

Appare invece alquanto evidente una sorta di immacolata scissione tra quella che può/potrebbe essere la vera forma e quella che in realtà è già la materia stessa delle cose.

Solo nell’ultimo anno, infatti, abbiamo assistito a tutto un florilegio di pseudoromanzi nati e concepiti mediante l’architettura barbarica di un social network, per quanto popolare, come ad esempio Facebook. Segnalazioni narratologiche tra le più disparate/disperate sono giunte sul podio delle classifiche di premi letterari ritenuti prestigiosi dalla cosiddetta informazione di massa, per non parlare di loschi figuri (uomini e donne) saliti agli albori della cronaca per qualche scatto fotografico in più, meglio se scosciato e disinibito.

E per scatto fotografico qui, naturalmente, non intendo certo commisurare i vari campi artistici.

Il “negativo” della vicenda, se così possiamo chiamarlo, nella doppia accezione semantica e sistemica del termine, è una sorta di omologazione ammiccante e strategica, volta a una riproposizione momentanea di alcuni stilemi considerati canonici per un artista, uno scrittore o quel che sia, a discapito completo dell’opera(to) del soggetto.

Anzi, nei casi più gravi, persino la produzione stessa, ben lungi dall’intento artistico, risulterà da ultimo un placido scimmiottamento seriale, un vuoto di senso riconosciuto e persino vagheggiato, un passepartout ipertrofico capace di garantire al personaggio di turno l’ingresso agognato nell’olimpo della pubblicazione immediata e copiosa, nel limbo asettico e tracotante della popolarità più arrendevole e mediocre, che sembra essere rimasto l’unico grande pantheon odierno.