Nella palude rappresentativa

Esistono due specie di poeti. Ci sono quelli che vengono eletti dagli altri; a giusta ragione vengono chiamati «uomini rappresentativi»; sono portati al genio da un insieme di circostanze pressoché estranee al loro io. Spesso sono i più grandi, mai i più puri né i più sensibili. Gli altri sono poeti per sé stessi. Innanzi tutto vivono. Cantano come le pietre preziose nascoste nel seno della terra. Per scoprirli bisogna cercare. La loro opera ha una sorta di aureola. Non si dà mai tutta intera per potersi dare inesauribilmente.

Così, Adrienne Monnier, in Rue de l’Odéon, la libreria che ha fatto il Novecento (:duepunti edizioni, Palermo 2010) introduce un poeta finissimo come Rainer Maria Rilke.

Secondo lei, Rilke, come anche Novalis, Rimbaud, Blake e molti altri, appartiene dunque alla seconda schiera, per così dire, di poeti bistrattati e sottovalutati in vita, poi riscoperti da pubblico e critica in maniera collaterale e ben poco dogmatica, quasi sottocutanea.

Non intendo, qui, prodigarmi in una disamina novecentesca sulla fortuna editoriale dei vari autori, benché moltissimo ci sarebbe da dire in merito, sia a livello internazionale che restando più strettamente sul panorama italiano.

Il breve estratto che ho sopra citato mi sembra interessante anche e soprattutto per una questione che definirei, con buona pace delle ben note categorie accademiche, sostanzialmente di natura militante.

Fin troppo spesso, oggi, si sente ribadire, da più parti, che la poesia trova il suo giaciglio narcolettico in una palude sconfortante e priva di fertilità: non ci sono idee nuove ma non si coltivano nemmeno più le vecchie strutture di riferimento, moltissimi si improvvisano poetanti e declamatori dell’ultim’ora, col risultato evidente di annoiare il residuale pubblico dei lettori, già di per sé esiguo e in via di estinzione.

C’è del vero, questo è innegabile. Ma non mi fermerei a questo.

Non ha senso, secondo me, a maggior ragione in un clima di tale e tanto ostinato horror vacui, sedersi sulle comode posizioni da retroguardia che hanno contraddistinto gli ultimi movimenti letterari e artistici del secolo scorso, e, forti del proprio status (symbol?) di scetticismo dialettico, applicare semplice indifferenza alle nuove forme espressive e prospettiche che popolano l’odierno panorama poetico e, più in generale, letterario tutto.

Monnier parlava di «uomini rappresentativi» e questo, a ben vedere, può essere un terreno molto scivoloso, in quanto richiama inevitabilmente un certo concetto di poeta vate, o comunque di figura dominante, egocentrica e accentratrice, se vogliamo, in piena sintonia con la moda anche politica dell’ultimo ventennio.

Non è, quindi, certamente, di un agitatore delle folle poetiche che abbiamo bisogno, oggi.

Non è un perno editoriale insindacabile, che ci illumini la strada della composizione letteraria, al quale vogliamo, oggi, far riferimento.

Il fertilizzante della cosiddetta palude culturale odierna, di cui tanto invano ci si cruccia, è da ricercarsi, a mio parere, proprio in quelle «pietre preziose nascoste nel seno della terra» che costituiscono le gemme, forse anche indefinitamente grezze, della scrittura critica e artistica contemporanea.

Molti sono gli esempi di poeti e narratori, giovani e meno giovani, che lavorano seriamente, in maniera anche latente e sotterranea, per dir così, al fine di realizzare un apparato culturale quanto più possibilmente lucido e aderente al cambiamento dei tempi e delle strutture espositive, sia in campo strettamente artistico, che in ambito relazionale e sociale.

Fermarsi all’elencazione dei «loro io»  ha poca importanza, a questo punto.

Forse davvero la nuova temperie letteraria «non si dà mai tutta intera per potersi dare inesauribilmente».