Fahrenheit 2012

In Fahrenheit 451, leggere è considerato un reato.

Oggi, invece, a sessant’anni dall’uscita del romanzo di Ray Bradbury, leggere è per lo più un’opzione modaiola, se vogliamo un po’ naif, se non quando una pratica dissociata e professionalizzata, a esclusivo appannaggio degli addetti ai lavori.

Non intendo prodigarmi nell’apologia dell’attività della lettura in quanto operazione critica buona e giusta, che andrebbe condotta, con quotidiana attenzione e genuina perseveranza, da tutti coloro i quali si ritenessero anche minimamente dotati di senno, e che fossero anche solo leggermente curiosi di capire qualcosa in più sul mondo abitato e sulla vita stessa.

Leggere non dovrebbe, a mio parere, essere un compito prefissato o quasi un’istanza programmatica, bensì una naturale, sana pulsione intellettiva, umanamente intima ma anche squisitamente sociale.

È vero, infatti, che la lettura più efficace è sempre quella condotta in solitudine, a tu per tu col testo di riferimento, così da poterne cogliere appieno ogni singola sfaccettatura di senso e da saper analizzare correttamente ogni difforme passaggio linguistico e strutturale dell’opera stessa.

Ma è altrettanto innegabile che ogni testo porta con sé un bagaglio sostanziale di rimandi extra-letterari e meta-narrativi, e anzi, direi che ogni opera che si rispetti dovrebbe fondare la sua valenza ontologica proprio su una profonda intelaiatura storica, politica e culturale nel senso più ampio del termine.

È appunto per questo che leggere diventa un (contr)atto sociale, una sottocutanea operazione sovversiva dell’ordine costituito, ieri come oggi, quando ormai questo presunto ordine delle cose si fonda chiaramente sull’acquiescenza dei cervelli, sull’impaludamento delle aspettative e sull’indottrinamento degli umori.

Pardon, dei malumori.

Ecco, dunque, il florilegio dei libri sulla crisi dell’individuo, sulle intimità corrotte, sugli animi brutalmente degenerati, libri che sviscerano, quasi sempre allo stesso modo, tutte le sofferenze carnali unite ai sentimenti addolorati dell’uomo ultra-moderno, e che finiscono dritti dritti sugli scaffali della grande distribuzione editoriale e nei residuali salotti di quella fetta di umanità annoiata che fatichiamo ancora, ragionevolmente, a chiamare borghesia.

Oggi semmai, ben più di ieri, enfatizzando il tutto con un’iperbole, leggere dovrebbe essere considerato un reato.

E alcuni libri, più che essere imparati a memoria, forse andrebbero proprio dimenticati. Se non bruciati davvero.