Non l’ho letto, però ho visto il film

Giorni fa, in Fine della happening poetry?, Giulio Marzaioli poneva un problema tanto evidente quanto sottaciuto, problema che si presenta ogni qualvolta ci si trova davanti all’invito a un reading poetico: l’incontro tra la poesia e il suo pubblico. Anzi, per essere più precisi, la costituzione e la consistenza di un pubblico della poesia.

Non è esattamente su questo, però, che vorrei stendere qualche annotazione a margine dell’intervento di Marzaioli. Più che la motivazione per la quale si esce di casa per partecipare a una lettura di poesia, mi interessa l’effetto che può avere tale partecipazione. Da tempo, infatti, ho la sensazione che – nonostante la sua pressoché totale estraneità al mercato editoriale e al circuito della letteratura mainstream – la poesia si sia assuefatta alla regola principale del mercato medesimo: il consumo. Un consumo non strettamente economico, naturalmente, che però sembra far scomparire quasi completamente il testo.

Accade spesso, infatti, che l’ascolto di un testo nell’ambito di una lettura pubblica finisca per esaurire completamente l’ascolto che si presta nei confronti di quel testo medesimo o persino dell’intero percorso dell’autore che lo ha prodotto. In taluni casi, ovviamente, la circostanza ha una sua logica, perché il testo o l’autore non sono degni di nota o magari perché la personalità dell’autore fa aggio sul testo e la sua ricezione, ma l’effetto generale assomiglia senza dubbio alla frase, un po’ ingenua un po’ opportunistica, che si sente spesso pronunciare a proposito di un libro: non l’ho letto, però ho visto il film.

Ossia, il testo di Tizio non l’ho letto, però l’ho ascoltato. A questo si aggiunge il fatto che la lettura di un testo non è quasi mai integrale, perciò quel che si propone alle nostre orecchie è soltanto la parte di un tutto che ha (o dovrebbe avere) un disegno più grande. Finita la serata, si torna a casa con la coscienza a posto: ho incontrato dei poeti (quindi li ho “letti”) e ho dato il mio contributo alla diffusione della poesia. Sono un lettore virtuoso, io.

E invece no, perché il lettore virtuoso fa per prima cosa ciò che è inscritto nel suo nome: legge, non si limita ad ascoltare (benché l’ascolto sia una componente essenziale della ricezione di un’opera).

È ovvio che questo discorso tocca in minima parte quella scrittura poetica concepita appositamente per l’esecuzione (penso, per fare il primo nome che mi viene in mente, a un poeta come Lello Voce), che è davvero tutta un’altra storia.