Perseverare è letterario

Quali spazi ha, oggi, la letteratura?

Riprendiamo, dunque, le riflessioni già pubblicate sull’importanza che può assumere la lettura di un’opera letteraria, sia essa condotta in un luogo privato o piuttosto sostenuta negli spazi pubblici.

Ciò che più conta, a mio avviso, è la corretta e responsabile fruizione del messaggio artistico che ogni singolo autore dovrebbe riuscire a trasmettere al proprio pubblico.

Non voglio, nello specifico, applicare le dovute distinzioni fra poesia e narrativa, differenze che pure non potrebbero essere lasciate troppo in secondo piano ai fini di un’esemplare disamina della questione, dal momento che ogni tipologia espressiva ha bisogno di una particolare disposizione alla ricezione, e, di conseguenza, sarebbe auspicabile verificarne preventivamente le condizioni e i contesti più adatti.

Non mi dilungo molto, appunto, sulla produzione squisitamente artistica, perché m’interessa soffermarmi un momento sull’apparato critico che ad essa soggiace e alla quale essa stessa fa – o dovrebbe far – capo.

Sono convinta che ogni situazione abbia il proprio canone espressivo e il proprio specifico linguaggio.

Lungi dal voler settorializzare i campi della cultura e della conoscenza tutta, non posso però fare a meno di chiedermi come si possa pretendere di condurre disquisizioni di natura epistemologica, ad esempio, sulle pagine web dei social network (penso al noto Facebook, a Twitter, e via via per questa mirabolante china).

Mi chiedo quale risultato innovativo si aspettino realmente di ottenere i commentatori dei blog letterari di professione, i quali sono soliti dar vita a discussioni estetizzanti e monoculari dopo aver pubblicato un qualsivoglia articolo, anche di medio interesse.

Il risultato sconfortante è quasi sempre lo stesso: si finisce inevitabilmente per sfociare nella sfera intima, nella biografia privata di ciascun utente coinvolto, con una rapida e inesorabile inversione di marcia rispetto all’origine del discorso (culturale?) in questione.

Così, partendo ad esempio dall’interpretazione del linguaggio secondo Heidegger, si arriva forzosamente a maliziare sul compagno di bevute della bella recensionista dell’ultimo romanzo di Tal dei Tali, e nessuno si ricorda più, dopo appena qualche misero commento, che cos’avrà mai pubblicato di tanto interessante questo egregio signor Tal dei Tali. Figuriamoci di Heidegger!

Questo triste deterioramento etico e intellettuale è ormai noto ai più. E allora perché perseverare?

Le spiegazioni potrebbero essere molte, proviamo ad accennarne alcune:

che forse lo scrittore Tal dei Tali non valga poi molto, da solo, come romanziere? o che a pochi interessi essenzialmente l’opera narrativa in sé, se slegata dai pittoreschi contesti erotico-comici del quartierino letterario circondariale? o che si voglia accuratamente perdere più tempo a scrivere del beneamato Tal dei Tali, piuttosto che a leggere qualche pagina vergata da costui, senza neppure interrogarsi sul perché egli faccia ciò che fa, e su come riesca o non riesca a dire quello che dice?

Esserci, si sa, è da troppo tempo una parola d’ordine: tra i post(umi) della rete come tra i buffet delle letture pubbliche, mai per leggere o ascoltare qualcosa, ma sempre per denigrare o sostenere qualcuno, ossia, invero, per ribadire la propria posizione cultu(r)ale nella società della disintegrazione di massa.

Insomma, è ancora solamente una questione di spazi.

Del resto, dibattere è umano. Perseverare è letterario.