Stimolarsi, e perseverare. L’arte di non scrivere di corsa

Per fortuna la capacità di concentrazione e la perseveranza, al contrario del talento, con l’allenamento si possono acquisire e coltivare, anche potenziare. Si svilupperanno naturalmente esercitandosi ogni giorno a stare seduti alla scrivania e a focalizzare la propria attenzione su un punto. Come ho già detto, questo processo è simile all’allenamento muscolare. Bisogna inviare di continuo al nostro organismo, e farglielo assimilare bene, il messaggio che ci è necessario scrivere senza interruzioni, lavorare concentrandoci giorno dopo giorno. Poi gradualmente spostare il limite più in là. È sempre lo stesso processo, che si tratti di scrivere o di irrobustire i muscoli e trasformare il nostro corpo quotidianamente. Stimolarsi, e perseverare. Stimolarsi, e perseverare. È ovvio che occorre molta pazienza. Ma si tratta solo e semplicemente di questo.

Così Murakami Haruki, in L’arte di correre (Einaudi 2009, 2011), assimila materialmente il processo della scrittura a quello del serio allenamento fisico.

E come dargli torto!

La narrativa e, in special modo, la poesia contemporanea sono letteralmente invase e imputridite da una quantità debordante di presunti (e presuntuosi) scrittori d’ultima improvvisazione, che si provano costantemente nella tecnica sublime di proporre i loro laccati libelli al miglior (spesso anche peggior) offerente, pur di guadagnare un posto nell’olimpo salvifico (?) dell’autorialità mondana di inizio millennio.

La recalcitrante convinzione post-romantica che per pubblicare un romanzo o una raccolta poetica, ad esempio, basti una qualche spinta immaginifica, unita a una spiccata sensibilità estetizzante, e coadiuvata – perché no? – da una presenza scenica simpatica e ammiccante, continua a spadroneggiare tra i novelli aspiranti scrittori, e anzi, come un virus, sembra infettare anche seri professionisti già attempati, che rivendicano anch’essi quella fetta di autoaffermazione letteraria, magari da troppo tempo negata.

L’invocazione alla musa odierna, infatti, sembra non tener conto dello studio doveroso, dell’attenzione metodica, dello scandaglio veramente introspettivo che pertiene al campo della scrittura, laddove per introspezione non è da intendersi (quantomeno non in maniera così preponderante!) la fascinazione verso il facile autobiografismo, bensì un’indagine composita delle forme e delle possibilità espressive che fanno capo all’evoluzione del linguaggio, della sintassi e, sopra ogni cosa, della logica.

Soltanto con l’esercizio quotidiano, allora, e con l’impegno costante della ricerca letteraria, si potrà allenare una scrittura che sia nerboruta e scattante nei contenuti, agile e sinuosa nella disposizione, acuminata e prospettica nel senso critico.