Le possibilità dell’incompatibile

Sbadatamente

una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore:

 
ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono,

 
e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,

 
per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.

Questo il testo conclusivo de La divisione della gioia, di Italo Testa, poema frammentato e composito, che affronta, da più lati, le perverse dinamiche della separazione.

Una separazione, dolorosa quanto apparentemente necessaria, che risulta essere, a ben vedere, nient’altro che una ricerca incessante di coesione esperenziale, una tendenza inesausta al raggiungimento di un vivido afflato dell’esistere, quanto più possibile veritiero, rigoroso, complice.

La complicità vagheggiata, fortemente desiderata, mai completamente prefigurata dall’autore, che pure la pone al centro di tutto il suo lavoro di indagine metapoetica, svela il più delle volte una pulsione disarmonica e controversa, che è quella, tanto intima quanto comunitaria, del raggiungimento di una prassi conoscitiva generale, diremmo pansofica.

È dunque chiaro, in primis allo stesso autore, che questo (ambizioso?) progetto di unitarietà senziente non potrà mai essere compiutamente raggiunto, dacché serba in nuce il pungolo stesso della diffrazione, dello scontro col dissimile, della frattura ontologica profonda.

E infatti, proprio da questo scarto intrinseco, connaturato nella materia elementare di cui ci stiamo occupando, si genera il dolore della separazione, l’ansia della non compenetrazione, l’assillo della solitudine e dell’incompatibilità.

Incompatibilità che agisce costantemente su un doppio livello.

Da un lato, c’è la sofferenza umana e interpersonale: vediamo ricostruita, perciò, la fine di un intenso rapporto amoroso, la minuziosa disamina di ogni singolo gesto quotidiano, in conseguenza del penoso abbandono che ha segnato il disfacimento della coppia.

Dall’altro lato, sostanzialmente, quasi il più puro timore dell’espressione letteraria: leggiamo un fraseggio brachilogico e sconquassato, un discontinuo richiamo di alterne voci narranti, di punti di vista intrecciati a eco, e, non da ultimo, un taglio quasi ossessivo nell’utilizzo della punteggiatura.

Questo libro è, in ultima analisi, un buon esempio di indagine circa le varie possibilità della parola poetica, anche e soprattutto giocate nel terreno della sua più celata impossibilità.

Italo Testa, La divisione della gioia, Transeuropa 2010, collana “nuova poetica”.