Il sogno e la veglia (letteraria): un senso di marcia alternato.

Mi viene in mente un sogno, che non è propriamente un mio sogno.

È uno dei sogni-racconto custoditi in La bottega oscura di Georges Perec.

Precisamente, il sogno n. 70, datato maggio 1971, che mi accingo, quindi, a riportare:

                   Il senso di marcia alternato

Accetto di prendere un gatto.

Chi è questo gatto? (genealogia complicata…)

Dove la farà?

In strada sono in corso importanti lavori; viene installato un sistema a senso di marcia alternato per le auto.

In realtà non è altro che una questione di tagli da praticare in un testo (Un uomo che dorme?).

Mi viene in mente, allora, che la scrittura – la buona scrittura, ça va sans dire – serba sempre in nuce un che di felino e di indecorosamente complicato da decifrare, come una qualche tensione sgusciante, la cui eziologia tenderebbe a restare un poco celata, a non venire mai abbastanza sviscerata, per un motivo o per un altro. (sofferte ricostruzioni biografiche, varie contaminazioni bibliografiche, ecc.)

Mi viene in mente, poi, che alterne questioni di genere e numero (categorie letterarie e vendibilità editoriale) spesso oscurano il senso profondo del gesto artistico, obnubilano l’interpretazione del critico, confondono la fruizione del pubblico.

Mi viene in mente, infine, che l’atto deontologico dello scrivere è, sostanzialmente, una pratica di lavoro vigile, ragionativa, anche – e perché no? – intransigente. E che la sua pulsione ultima, affondando il colpo nell’analisi qualitativa delle cose, dovrebbe essere proprio l’inversione del senso di marcia, etico ed estetico, di quella che oggi chiamiamo: letteratura.