L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità empatica. Dieci righe (e poi smettere)

Allora, dicevo che quest’idea di letteratura connessa al giudizio estetico e all’artisticità trovo che sia troppo stretta. E preferirei allargarla, al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni, dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni, ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo, di esibizione, di riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare, o tirare il bilancio di una vita intera;

Questo, ahinoi, è quello che accade oggi davvero molto, troppo spesso.

Riprendiamo, così, il discorso già articolato sul sublime concetto di gusto, e sull’altrettanto discusso statuto ontologico: letteratura sì/letteratura no, sempre in voga tra i novelli dandies del mercato editoriale (corrivo).

All’uopo di smitizzare la stanca cattedraticità di certe preconfezionate categorie estetiche, ecco spuntare ovunque, e direi essenzialmente alla (non) bisogna,  i sindacalisti del gesto artistico immediato, o i fautori dell’esternazione viscerale biografica a ogni costo; paladini, a ben vedere, dell’anti-grammatica per procura, ancora una volta schematica e dogmatizzata, come spinta all’ auto-attestazione di verità.

L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità empatica, parafrasando il nostro amato Walter Benjamin, sembra essere il baluardo di questo insano movimento retorico, che però resta, per di più, fortemente arroccato proprio su quelle posizioni da retroguardia intransigente (bello/brutto, arte/non-arte) che forse in principio  si pretendeva di criticare, metabolizzare, infine superare.

Ermanno Cavazzoni, dunque, in uno dei suoi testi più brillanti, Il limbo delle fantasticazioni, appunto, ha parodizzato con grande intelligenza e ottimo gusto estetico le compulsioni, decisamente ossessive e monoculari, di una grandissima fascia di scritture – per così dire – degenerate, scevre dal benché minimo supporto culturale, e paradossalmente impreparate proprio alla quotidiana sopravvivenza editoriale, alla quale pure, in verità, strizzano l’occhio.

Il motivo? Semplice:

uno piglia la biro e si mette a scrivere; così, in pura perdita, per fare aumentare il pattume; uno può anche scrivere la vita di un altro, del vicino di casa, di un condominio, anche di qualcuno che non esiste ma che gli sarebbe piaciuto fosse esistito, uno può anche scrivere dieci righe e poi smettere.