Lo sguardo della contraddizione. Su Marco Ferreri

Oggi sono quindici anni che è morto Marco Ferreri.

Ci manca. Parlo al plurale non per una questione di semplice gusto personale (è un regista che apprezzo molto), ma soprattutto perché uno sguardo come il suo manca al nostro cinema, alla nostra cultura, al nostro paese.

Al cinema, perché viviamo tempi di filmetti zuccherosi o “realistici”, e il suo sguardo acido costituirebbe un perfetto contravveleno. Perché il suo era uno sguardo davvero libero, che aveva il coraggio di giocare tutte le carte, anche quelle del film “brutto” (dopo La grande abbuffata non ci sono proprio dei capolavori), degli attori “sbagliati” e della contraddizione. E la realtà, nei suoi film, era evidentemente una costruzione, non un riflesso.

Alla cultura, proprio perché il suo cinema era contraddittorio, appunto, e non risolveva nulla. Non faceva proposte, forse, però stilava delle ottime diagnosi. Per capirlo basta andarsi a rivedere due film terribili come La donna scimmia e Dillinger è morto.

E all’Italia, perché il cinismo che contraddistingueva Ferreri non era quello tipicamente italico, non era il cinismo autoassolutorio del furbetto. Tutt’altro: era un’indagine senza pregiudizi dentro la contraddizione. La migliore incarnazione, almeno in Italia, di un grottesco tutto moderno, essenzialmente politico.