Nessuno è assolto dall’umano

(…) il mio dormiveglia si organizza in visioni critiche e autocritiche, autentiche meditazioni sul collasso in atto, sulle ragioni di questo panico ordinato che mi conduce di continuo a fare pensieri di confini, a una nostalgia delle compartimentazioni, al rimpianto generico, una miriade di linee che mi intersecano dietro la fronte cercando di costringere il mondo a un senso. Ma sono linee fragili, incapaci di durare; piano piano si increspano, si attenuano, si rompono in frammenti fino a disgregarsi lasciandomi disabitato e terso.

Un dormiveglia della durata di tre giorni, in effetti, è quello raccontato, devitalizzato e scorretto, nell’ultimo romanzo di Giorgio Vasta, dal titolo alquanto esemplare: Spaesamento.

Tre giorni, dunque, nei quali il protagonista sembra ricongiungersi alla sua terra natia, la Sicilia, nello specifico alla città di Palermo, attraverso l’osservazione sistematica dei gesti degli abitanti, del ritmo delle abitudini, della ritualità del linguaggio autoctono.

Ricongiungimento, in verità, solo apparente, o meglio, solo potenziale.

Con l’acume vitalistico e ragionativo che contraddistingue già pure una ricca e articolata sintassi, forma e sostanza di un’enigmatica e stringente consapevolezza, Giorgio Vasta offre al lettore avveduto il suo stesso personalissimo sguardo, intimamente sardonico e saldamente vigile, su una realtà che non è certo un unicum locale, tanto in voga nella letteratura recente.

Trattasi, più che altro, della realtà inconsistente del nostro tempo-palinsesto, o meglio, di quella fruizione mediatica, inconsulta e sgretolata, che ormai avvizzisce e logora la comune percezione della società contemporanea.

(…) è il luogo nel quale si costruisce una cancellazione delle reazioni reali, delle reazioni primordiali, e si gioca a simulare comportamenti linguistici che in realtà sono retoriche delle reazioni, retoriche dell’indignazione e della complicità e dello scandalo: a dominare su tutto, come se fosse l’involucro che contiene ogni parola, è una specie di indifferenza morbida che si concretizza in una diabolica inconsapevole manutenzione della realtà.

Un corpo femminile di abbacinante sensualità (la “donna cosmetica”), un manipolo di bimbetti che scimmiotta i primi ma già allarmanti tentativi di racket, un puzzle policromo di falli disegnati sulle pareti dei bar, e, su tutti, il “nome-feticcio” del nostro tempo, a campeggiare incontrastato e debordante, dalle pagine stropicciate dei quotidiani nazionali fino alle costruzioni di sabbia umida di un piccolo litorale. Un nome, che è anzi un cognome: Berlusconi.

Feroce è la critica politica e culturale che Giorgio Vasta porta avanti in questo romanzo, che sa essere, al contempo, una riflessione agguerrita e delicata, corporale e struggente, sul concetto profondo dell’esistenza umana. In ogni luogo, per ogni tempo.

 (…) perché quando l’oltraggio è così minuzioso, così concentrato e pedante e rituale, così religioso, forse non è più neppure oltraggio: è l’umano naturale spaesamento.

Giorgio Vasta, Spaesamento, Contromano Laterza 2010