Passaggi dublinesi

Ho letto Ulysses per la prima volta quasi trent’anni fa, complice un esame di Letterature Comparate che ricordo ancora con struggimento. Era la prima volta che mi trovavo davanti a un testo tale da avere a corredo un intero volume di note. La traduzione di de Angelis, con l’introduzione di Melchiori. Erano tempi di esami collettivi, e collettivo era lo studio e la preparazione. Fu così che quel libro divenne per un periodo pane comune, masticato a fatica, tra bestemmie e acclamazioni, in lunghi pomeriggi goliardici. Ricordo il tutto come un vortice, una sorta di intossicazione benefica; gli stessi sintomi di un innamoramento, uno dei tanti, allora.

Lo riprendo in questi giorni, per la terza volta nella mia vita, dalle mani di mio figlio, che ha lasciato la prima e unica “orecchia” a pagina 3. (Con il mio permesso. Adoro le “orecchie”.)

La copertina ha penzolato per un po’, poi si è staccata. Troverò dello scotch, prima o poi.

Stavolta, però, il libro delle note è rimasto sullo scaffale della mia libreria.

Stavolta, però, varrà la stessa scelta che ho fatto, la scorsa primavera, tra i corridoi della National a Londra: né guide né opuscoli, nessuna sistematicità, nessun preciso intento ermeneutico: le mani in tasca, a passeggio tra le sale, flâneur epigono e gaudente. Sic et simpliciter.

Così finalmente lo sguardo, libero, leggero, si permette ogni lusso e ogni lussuria tra le righe in corpo 10: salta, reitera, corre, rallenta, si ferma.

Si ferma, per esempio, tutte le volte, a pagina 1321, dove ho lasciato un'”orecchia”, ma in basso, stavolta, a segnalare non un’interruzione di lettura, ma qualcosa che allora, e oggi, mi colpisce.

Il capitolo è quello del corteo funebre, il passo quello in cui la carrozza che trasporta Bloom, il vecchio Dedalus, Martin Cunningham e Jack Power incrocia un altro funerale, quello di un bambino. La lettura, già addentrata, avvezza allo stream, addomesticata dallo stile joyciano al fluire liquido e opaco della mente di Bloom, si trova qui ad inciampare, proprio dove il pensiero del figlio morto si traduce in una piccola serie di ictus linguistici, segnati da quattro punti:

A dwarf’s face mauve and wrinkled like little Rudy’s was. Dwarf’s body, weak as putty, in a whitelined deal box. Burial friendly society pays. Penny a week for a sod of turf. Our. Little. Beggar. Baby.2

È probabile che nella sconfinata bibliografia dedicata al romanzo molto, tutto, sia stato scritto al riguardo; poco importa all’importuno passeggiatore, che ci legge soltanto, oggi come allora, la fulminea traccia scultorea di un dolore altrimenti innominabile.

1 J. Joyce, Ulisse, Milano 1978.

2 Una faccia da nano, color lilla e tutte rughe come era quella del piccolo Rudy. Un corpo da nano, molle come mastice, in una cassetta d’abete foderata di bianco. Funerale pagato dalla mutua. Un penny alla settimana per una zolla di terra erbosa. Nostro. Piccolo. Povero. Bambino.