L’Essere e la Categoria

I ragazzi non valutano un libro. Essi dividono i libri in categorie. Ci sono libri di sesso, libri di guerra, western, libri di viaggio, di fantascienza. Un ragazzo accetterà qualsiasi cosa provenga da una sezione che conosce, piuttosto che arrischiarsi a provare qualcos’altro. Ha bisogno di un’etichetta sulla bottiglia per sapere che il contenuto è il medesimo. Bisogna mettere la sua storia poliziesca in un tascabile verde, se non vogliamo che patisca lo strazio di leggere un romanzo in cui non c’è neanche un morto ammazzato. Penso a quelli che se la cavano senza lode e senza infamia, l’amabile maggioranza di noi, non particolarmente intelligenti o dotati; volenterosi, ma lasciati ad arrabattarsi tra una massa di fatti che risultano indigesti da elaborare, con i loro brandelli di tecnologia commerciabile. Quali possibilità ha la letteratura di competere con le categorie di intrattenimento preconfezionato che vengono offerte loro a ogni ora del giorno? Non vedo come la lettura possa essere per loro altro che semplice e ripetitiva, un tappabuchi per quando non c’è nessun western in tivù. Faranno una vita molto meno rozza dei loro avi del diciannovesimo secolo, senza dubbio. Crederanno meno e avranno meno paura. Ma così come la moneta cattiva scaccia la buona, la cultura inferiore scaccia quella superiore. Se ogni capacità di giudicare il valore è viziata o non viene sviluppata, quale futuro di massa c’è per la poesia, per le belle lettere, per la vera intrepidezza del teatro, per la narrativa che cerca di guardare la vita con occhi nuovi – in una parola, per l’intransigenza?

Così, William Golding, quasi mezzo secolo fa, s’interrogava sulla possibile sopravvivenza dell’arte e della cultura nella società del futuro.

Oggi, ormai entrati appieno nel ventunesimo secolo, queste stesse domande si svelano, ahinoi, di stringente fondatezza e attualità.

Seppure ben lungi dal voler salire in cattedra per bacchettare le abitudini letterarie (o meglio, molto spesso para-letterarie) che ancora conserva il fruitore-medio della media-cultura italiana, risulta tuttavia difficile non focalizzarsi sui macroscopici errori che, nello specifico, la macchina editoriale contemporanea sembra perpetrare reiteratamente, a discapito di una forse più sana e responsabile educazione intellettuale e artistica del lettore, che sia egli più o meno avveduto.

Da un lato, infatti, è lo stesso frequentatore occasionale di biblioteche e librerie a mancare di vero spirito d’iniziativa, accontentandosi – quando non addirittura ricercando egli stesso, in primis – di omologarsi a un’etichetta (o “fascetta” che dir si voglia) che garantisca la qualità e il pregio dell’oggetto libro che si intende acquistare. Pregio, ça va sans dire, più pubblicitario che artistico in senso stretto.

E dunque, ecco l’autobiografia del presentatore televisivo più in voga, finemente impacchettata sullo scaffale di destra; ecco la cronaca del sanguinoso omicidio familiare da prima pagina, ben preconfezionata in alto a sinistra; ecco, immancabile, la colonna informe delle scritture fantasy, che invade pressoché interamente il settore dedicato alla letteratura per ragazzi. Perché si sa, a tutti i ragazzi piace il fantasy. È uno status symbol, una certezza di auto-appartenenza, una patente di gusto.

Questo, in effetti, l’altro risvolto della medaglia: la delicatissima e sempre spinosa questione del gusto.

Se le case editrici cavalcano l’onda del marketing e, com’è d’uopo che sia, concentrano i loro sforzi propagandistici su quei materiali che si presume incontreranno il favore di un largo pubblico di acquirenti, il fantomatico lettore-medio sembra lasciato, nei casi peggiori, completamente allo sbando.

Interamente preda degli insistenti slogan mediatici e oltremodo catturato dal packaging più accattivante, il nostro lettore di oggi pare abbia perso il benché minimo senso critico, seppure mai lo avesse acquisito in precedenza.

Ma qui il discorso inizia a farsi lungo e complesso: entrano in ballo le strutture deputate all’insegnamento e alla preparazione intellettuale e civile del singolo individuo, senza dimenticare i vetero retaggi culturali, che hanno secolarmente preteso di fondare quelle certissime, immutabili e benemerite categorie del gusto, appunto, che ancora indirizzano e dis-orientano le scelte dei lettori di oggi.

Leggere per categorie equivale, per gravità, a non saper leggere affatto. Si tratti di un prodotto editoriale o dell’andamento complessivo di tutta la nostra società.