Tesi di filosofia della poesia

Ogni volta che si critica il lirico, i seguaci del bel verso tornano a indignarsi che si è toccato il loro terreno. Sembra quasi che esista un confine dal quale bisogna tenersi lontani.

I depositari del verso lirico, siano essi autori siano essi critici, non contemplano nessun elemento che possa dirsi antitetico al loro interpretare il testo. Il discrimine diventa la vuota consistenza teorica concessa dalla leggibilità del testo. Il luogo comune della poesia celebra la definizione di essa come funzione estetica che permette l’espressione del sentimento, ciò che prova il poeta lo si rimanda sulla carta come se fosse un elettrocardiogramma emotivo. A questa interpretazione non viene consentita alternativa.

Bisogna, invece, pensare la poesia come dissonanza linguistica che possa occupare i campi di intervento in modo complessivo senza delimitazioni.

Che viva una poesia noetica, realistica, dissonante, sarcastica, insomma che possa distruggere il falso mito accettato di poesia e sentimento.

E che, all’oggi, si compie nell’epoca della debole ripetitività della critica a-militante che si impegna nel non chiedere nulla al testo.