Pubblico privato

Lo scambio netto tra la dimensione privata e quella pubblica è avvenuto, ormai oggi, inconfutabilmente.

Fenomeno, questo, che abbraccia non soltanto la letteratura, come, in via più generale, l’intero campo delle creazioni artistiche, la qual cosa, già tuttavia, non risulterebbe di certo poco deprecabile; ebbene, l’inversione di marcia si avverte altresì drasticamente, persino negli interstizi progettuali dell’attuale strategia politica, come anche nell’ermeneutica precaria del dato economico, fino a contagiare la sfera umana più privata, quella degli affetti intimi, delle dinamiche familiari e, quindi, della prassi quotidiana di ciascuno di noi.

Stiamo parlando di una tendenza centripeta e centrifuga insieme, che, se da un lato riporta il bersaglio dell’attenzione speculativa sulle percezioni e sui sentimenti propri del singolo, dall’altro, assecondando un’attitudine simile a quella che potrebbe perpetrarsi in un fantomatico laboratorio antropomorfico, rimodella costantemente le sovrastrutture storiche e sociali, a immagine e somiglianza di un’interiorità psicofisica di continuo sovraesposta, nonché, com’è ovvio, tremendamente sovraeccitata da tale fluida esposizione.

L’uomo/donna che sia, perciò, in un certo qual modo forse malsano, di certo esasperatamente egocentrico, diventa il soggetto incontrastato e, al contempo, pressoché l’unico oggetto ricevente di qualsivoglia tipo di azione materiale e immateriale, coinvolga essa stessa l’ordinamento etico e civile contemporaneo, o, per tornare appunto sul tema del discorso in atto, l’odierna e deresponsabilizzata produzione artistica.

L’oggetto diventa soggetto, e viceversa, qui sta il nocciolo della questione, solo ed esclusivamente in base alla sua propria, personalissima resa pubblica, o pubblica resa, che dir si voglia, nella duplice accezione che questo ambiguo processo comporta: se una sola, magnifica veste di autorevolezza può essere pubblicamente conferita al dato artistico, e nello specifico, poniamo, all’istanza letteraria, questa risiederà, insindacabilmente, nella sua propria, unica notorietà. E in null’altro.

Il problema, infatti, non sarebbe certo quello della “comunicabilità” o meno di un testo, a qualunque tipologia esso appartenga, né la possibilità, invero ben auspicabile, che questo stesso testo, in prosa o in poesia, classicheggiante o sperimentalissimo, possa incontrare e favorire il gusto di larga parte di un cosiddetto “pubblico” di lettori.

Il vero problema, semmai, è l’inevitabile sorpasso di causa e conseguenza, secondo il quale, blandamente, se un libro viene molto venduto (attenzione, non ho detto per forza letto, ma quantomeno acquistato!) allora vuol dire che è un libro meritevole, anche dal punto di vista critico e letterario, strettamente.

O meglio/peggio, se un libro non riceve almeno un premio, né alcuna fascetta editoriale, quello non è affatto un buon libro; così, se un autore non viene abbastanza intervistato e reclamizzato dai mass-media, costui non è per nulla un bravo autore. Anzi, ancor più semplicemente, non esiste, non è.

Queste considerazioni, necessarie seppur svilenti, vogliono aprire un canale di ricerca su quello che rappresenta, oggi, un personale concetto di res publica, intesa come moderna democrazia delle lettere, e, più diffusamente, come trasposizione pubblica di un pensiero sì certo personale, ma non per questo necessariamente privato.

Pubblico è oggi il contrario di ciò che significava quando il sintagma è stato coniato. Pubblico è un godimento privato divenuto esemplare, imitabile, autorevole, fonte di consuetudine, diritto, legittimità. Pubblico è chi meglio ha realizzato i propri desideri, chi ha con più determinazione ed efficacia prelevato dal comune, requisito, privatizzato, concentrato su di sé. Pubblico è chi ha espropriato, pubblico è colui non che si fa carico ma di cui ci si fa carico, per la cui felicità si fanno voti, per il cui benessere ci si sacrifica. Godiamo del suo sfarzo, gioiamo del suo successo, compiangiamo i suoi dolori. Non importa come ha vinto, non ci interessano i suoi meriti ma la sua fortuna. Il suo splendore riscatta la nostra oscurità, conforta le nostre mancanze, ci addita una speranza e una meta. Contrapporglisi è male, significa ammettere il più abbietto degli stati d’animo, l’invidia.1

1 Daniele Giglioli, Frammento sulla rivoluzione, «alfabeta2«, n.2, settembre 2010