(Auto)critica

Non so se sia mai esistita un’età dell’oro della critica militante (o di qualsiasi altra cosa), sta di fatto che questi sono davvero tempi difficili per chi intenda davvero farla, la critica. Cioè per chi voglia discriminare, perché è poi questo che la critica deve saper fare: dire, magari azzardando, questo è buono e questo no. E invece i tempi, l’invasività del mercato, l’ossessione editoriale del fatturato, impongono altro.
La responsabilità di questa situazione non si può addebitare esclusivamente all’editoria o all’industria culturale nel suo complesso. Direi che qualche colpa, se di colpa si può parlare, ce l’hanno pure i critici, che a un bel momento si sono ritirati, hanno appeso le “armi” al chiodo, hanno smesso di utilizzare degli strumenti comprensibili e visibili, muovendosi soltanto sulla base di chissà quale gusto personale e personalistico. Oppure hanno deciso che il posto giusto è la Rete, che lì c’è la democrazia, ecc. ecc., con il rischio di trasformare la critica in puro e semplice mestiere della polemica (uno degli svaghi maggiormente praticati su Internet).
L’altra “colpa” va individuata nell’anti-intellettualismo diffuso anche tra chi opera in campo intellettuale: si fanno spallucce davanti a qualche citazione, si arriva alla presunzione di poter fare a meno della critica, perché non c’è più bisogno di mediazioni, basta parlare direttamente al pubblico, ai lettori, magari sempre in Rete.

Una pia illusione, per prima cosa perché viviamo in un mondo che delle mediazioni non può fare a meno, ma soprattutto perché si confonde la ricezione di un’opera con il suo consumo. Circostanza quanto mai pericolosa, perché vuol dire che l’ideologia del mercato ha stravinto anche nella mente di chi è convinto di non condividerla.