Where things have no names

`This must be the wood, she said thoughtfully to herself, `where things have no names. I wonder what’ll become of my name when I go in?[] And how, who am I? I will remember, if I can! I’m determined to do it!’ But being determined didn’t help much, and all she could say, after a great deal of puzzling, was,`L, I know it begins with L!’

aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa

Entrando nella foresta dove le cose non hanno nome, i nomi, per l’appunto, scompaiono. Alice s’accorge all’improvviso di aver smarrito anche il suo e, seppur sforzandosi, riesce a ricordarne soltanto la lettera iniziale, per di più errata: L.

Le si fa incontro un Cerbiatto, anche esso sotto l’incantesimo della foresta, tanto da avvicinarsi fiducioso ad Alice e lasciare che lei l’abbracci: senza il loro nome, sia l’animale che la bambina si trovano sprovvisti di ogni codice identitario; si ri-conoscono, così, ma fuori dal pregiudizio verbale che definisce entrambi, cioè a partire semplicemente dall’hic et nunc del loro reciproco manifestarsi, nuovi al mondo.

Solo quando, emergendo dall’ombra degli alberi in un’ampia radura, si sottraggono al sortilegio, Alice e il Cerbiatto rientrano di colpo sotto il potere dei nomi: l’animale riconosce finalmente in lei un «human child». E fugge, di conseguenza, a zampe levate.

Al riparo dalla tirannia delle parole, nell’ombra folta del bosco, che cancella di colpo ogni nesso significazionale, tutto è possibile: anche che una bambina e un cerbiatto procedano abbracciati, immemori dei ruoli ancestrali che ne reggono, da millenni, le sorti di preda e cacciatore.

Avvicinandosi alla costa caraibica, osserva Todorov in La scoperta dell’America, Colombo si trova a incrociare nelle acque di un mondo nuovo: un susseguirsi di baie, scogliere, isole, mai viste prima d’ora. Davanti a questa topografia ignota, sua cura sarà, prima ancora dell’esplorazione fisica del territorio, che si limiterà spesso a osservare dal castello di prua, l’attribuzione di un nome a tutto quello che vede. Tale è la sua ossessione nominatrice che finirà per assegnare, sul suo taccuino, due nomi diversi alla stessa isola.

Quello che conta, quindi, è innanzitutto l’esorcismo battesimale che codifica e consola in nome del già esperito. La linea blu che, sulla cartina, traccia il percorso delle tre caravelle è, come in una carta militare, cronaca delle vittorie sul campo da parte dell’esercito del senso, la demarcazione in fieri che l’Occidente via via certifica, all’interno dell’ignoto, con il marchio del noto, trasformando la tellus in mundus.

Poi, soltanto poi, lo sbarco, il ri/dis-conoscimento dell’altro, la pacificazione delle differenze attraverso il massacro.

Da tempo, certo ben prima di Schopenauer, il mondo del non verbale si presenta all’occhio dell’uomo come luogo delle possibilità, teatro di inedite associazioni, di favolose, edeniche, griglie relazionali.

Prima che la lingua, ineluttabilmente, spietatamente,  riconduca ogni cosa al suo posto.