Scrittura e giudizi

Spesso il giudizio di scrivere ho incontrato.

Patrimonio dei lettori passaparolisti di un tempo e dell’oggi, era ed è una formula che usavano dirsi di uno scrittore nel mentre consumavano il loro prodotto ultimo:  «è scritto bene». Nell’ascolto della sintesi critica, mi balenava istantanea la domanda: che cosa significa questa proposizione? Ho provato nel corso del tempo ultimo a fornirmi delle spiegazioni, interpretando il detto come fosse un cumulo di sbagliate metafore o, a volte, come una sorta di sostituzione del non “so che dire” con una formula che interdiceva l’interlocutore senza possibilità di replica. (Se sostengo una tesi così estrema, ho certo una possibilità di essere interpretato come valido teorico della scrittura).

Quale fosse il criterio al quale corrispondeva una siffatta sicumera critica non è mai stato dato di sapersi. Me ne sarebbe bastato uno di scarso conto, che so, il prodotto di uno squallido e sterile consorzio strutturalista che avrebbe identificato nel narratore eterodiegetico la soluzione al problema estetico della letteratura, oppure una ricchezza lessicale nella descrizione dei viluppi lirici dei loro protagonisti o finanche una bella copertina corredata da foto vintage. Niente mai era concesso al povero ascoltatore della lapidaria frase incriminata.

Ma il virus della perentorietà si è fatto strada e oggi è divenuto patrimonio dei “critici letterari” tutti tesi a sostenere posizioni di gusto estetico preceduti da una afasica formula di benevolenza.

– Insomma trovo delle lacune nel tuo intreccio, però«”scritto bene!»

– Troppa disorganicità nella descrizione dei personaggi, ma «scritto bene!»

Critici del professionismo mediatico mutuano, da lettori occasionali dediti alla scelta mercantile dell’oggi, formule analitiche che, altrimenti, non riescono neanche più a pensare.