Per Elio Pagliarani, un dialogo

A partire da Oggetti e argomenti per una disperazione

 

 

 

 

Che sappiamo noi oggi della morte
nostra, privata, poeta?
………………………… Poeta è una parola che non uso
di solito, ma occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?

Francesca Fiorletta: La poesia come atto di autocoscienza, dunque. Non è una consolazione sentimentale o empatica, quella che ricerca Pagliarani, ovviamente, quanto proprio un bisogno di fare luce sull’oggi.

Massimiliano Manganelli: La consolazione infatti è cosa che appartiene ai preti e non deve riguardare i poeti. Pagliarani ha in mente un’idea di poesia tutt’altro che consolatoria, tesa invece a una dimensione cogitante. È parola in pubblico, non diario privato. Di qui infatti l’elemento allocutorio della sua scrittura, non solo di questo testo.

FF: Non a caso, ha sempre ironizzato, ad esempio, sulle afflizioni psicosomatiche dei corpi, parodizzando quel personale male di vivere che si vorrebbe far estirpare, appunto, a «medici» e «preti» canonizzati.

MM: «i medici mi spiano gli occhi» o il Rap dell’anoressia o bulimia che sia, certo… Ma con il corpo la sua poesia aveva un rapporto strettissimo: «mi tirano ora / le corde del collo che scrivere questa notte / mi terrà eccitato parecchio». La scrittura tende i muscoli e i nervi, in questo non è nemmeno liberatoria. È un esercizio fisico, come un palleggiarsi le parole.

FF: In senso lato, infatti, la sua poesia mi sembra tanto più onesta quanto più ambigua proprio nell’approccio col corpo e con l’altro «e chiedo / in giro agli amici com’è la mia faccia, il colore».

MM: Pagliarani del corpo non ha mai fatto un’icona; lo ha fatto parlare in poesia come pochi, ma problematizzandolo, senza che diventasse una specie di emblema metafisico. È rimasto un corpo fisico, il principale veicolo del nostro stare al mondo. Che poi non è mica poco.

FF: A dispetto delle facili idolatrie di oggi, dei soliti stilemi riproposti e ostentati, che vogliono il corpo in primo piano sì, ma solo come carcassa quasi da rinnegare, come involucro di un’anima sensibile. Pagliarani mi sembra che abbia destrutturato insieme corpo e linguaggio, proprio per restituire valore puro a entrambi, operazione tutta tesa alla ricerca di un «gran ritmo naturale». «come avessimo avuto un senso […] /come avesse avuto un senso»: è interessante questa doppia prospettiva, che svela proprio l’ambiguità di cui parlavamo. Cos’è che conferisce veramente un senso profondo all’esercizio della scrittura? A me sembra che Pagliarani abbia voluto oggettivare la sua percezione sensoriale e fisica degli oggetti, e quindi delle circostanze contingenti del mondo, e perciò ancora della storia tutta. E che questa oggettivazione, prima di tutto, sia passata attraverso la lingua, una lingua che è traduzione del mondo.

MM: Sì, il linguaggio sta sempre dentro la storia, non può chiamarsene fuori. Anche dentro una storia minima, pensa a quel passaggio straniante – «Faccio una pausa…» – che è un modo di rimettere la poesia con i piedi per terra. Inoltre c’è il lavoro come ricerca di un senso, cioè il lavoro come modello «utile / agli altri». In una delle poesie disperse, la dolente Per il 2000 immediato futuro, Pagliarani traccia un bilancio del Novecento, secolo atroce, e afferma perentoriamente: «Senza dubbi c’è solo Sabin». Ecco, il lavoro utile agli altri, non a sé. C’è sempre questa duplice dimensione dell’essere, pubblico e privato, che devono convivere. Anche in questo, forse, sta la lezione brechtiana, tutta palesata nel richiamo a una celebre poesia di Brecht, An die Angeborenen.

FF: «perdonateci a noi per il nostro tempo», così conclude infatti questa rassegna di Oggetti e argomenti per una disperazione, che è anche azione di speranza, invece, per chi resta a portare avanti un lavoro critico e poetico che lo tenga sveglio, ancora, più di una notte.